Alcuni stralci della
requisitoria con la quale il
procuratore della repubblica Ugo
Giudiceandrea ha chiesto l'
archiviazione dell' inchiesta sullo
"stay behind" italiano
ROMA
. Nelle carte
risalenti al 1978 e
ritrovate dietro un pannello in via
Montenevoso a Milano, nell' ottobre
del ' 90, il Prigioniero delle
Brigate Rosse, cioè Aldo Moro, parla
indirettamente ma chiaramente di
Gladio nel capitolo dedicato alla
strategia della tensione. E sulla
struttura segreta di Gladio come
"chiave" per capire diversi fatti di
terrorismo e di bombe è tornato a
più riprese negli ultimi tempi il
presidente della Commissione Stragi,
Libero Gualtieri.
Questo giudizio è
anzi l' asse portante della bozza di
relazione preparata dal senatore
repubblicano Gualtieri e che i
commissari parlamentari devono
cominciare da oggi a discutere.
Eppure le conclusioni della bozza di
relazione del presidente non solo
non hanno trovato riscontro nell'
istruttoria penale della
magistratura romana ma sono
apertamente contraddette dalla
requisitoria con la quale il
procuratore della Repubblica della
capitale, Ugo Giudiceandrea, ha
chiesto recentemente, all' inizio di
febbraio, l' archiviazione della
inchiesta sullo "Stay Behind"
italiano. Questa parte del documento
è rimasta finora inedita. Nelle
stesse pagine il procuratore avanza
però come possibile l' ipotesi che
nelle diverse stragi che hanno
insanguinato il Paese siano comunque
intervenuti i servizi segreti
deviati.
Si tratta di passi
che per la loro importanza
riportiamo con ampi stralci. Scrive
infatti il procuratore Ugo
Giudiceandrea a pagina
quarantaquattro della requisitoria,
dopo aver escluso che Gladio sia
stata utilizzata per esercitare il
controllo su forze politiche o
sindacali interne: "Meno che mai
risultano confermate da un qualsiasi
indizio, anche vago, le congetture
che Gladio possa avere svolto un
ruolo nella strategia della tensione
sviluppatasi negli anni Settanta e
Ottanta o possa essere stata
implicata negli atti di terrorismo e
di strage che hanno funestato la
penisola". E prosegue: "L' amara
constatazione che i responsabili di
gravissimi delitti siano rimasti
quasi sempre ignoti e impuniti e l'
ansia di identificarli possono avere
favorito l' insorgere di quelle
congetture largamente diffuse.
Ma in questa sede è
doveroso riconoscerne la totale
inconsistenza. "Il sospetto per vero
era sembrato sul punto di ricevere
un qualche conforto dal fatto che
certo Bertoli Gianfranco, segnalato
per il reclutamento in Gladio, ma
non accolto nella struttura, fosse
da identificare nell' omonimo
anarchico attentatore presso la
Questura di Milano. In realtà si
tratta proprio di un caso di
omonimia come risulta provato dagli
accertamenti svolti in proposito
(...)". Ed ecco la parte relativa
alle deviazioni dei servizi: "Con
ciò non si vuole certo concludere
che anche uomini che occuparono i
vertici dei servizi segreti e che,
per questa stessa ragione, furono
pure a capo della struttura Stay
Behind, siano rimasti sempre e del
tutto estranei al processo di
destabilizzazione del Paese. "Si
vuole solo dire che la loro
implicazione in fatti delittuosi
mentre può trovare logica
spiegazione in rapporto al loro
ruolo nei servizi deviati non trova
alcun riferimento alla loro
posizione di dirigenti di Gladio.
Ne viene conferma
dalla circostanza che nessun
gladiatore compare, e a qualsiasi
titolo, non fosse che come
testimone, nelle numerose inchieste
condotte in ordine a quei fatti
delittuosi. "E forse a questo punto
. continua Giudiceandrea . vale la
pena pure di osservare che la stessa
struttura di Stay Behind la rendeva
poco adatta e non affidabile per
compiti che andassero al di là di
quelli propriamente istituzionali;
con la doverosa riserva che anche a
quei compiti si presenta all'
evidenza come incongrua e inidonea
rispetto ai fini".
Il procuratore della
Repubblica di Roma, Ugo
Giudiceandrea, ritiene insomma che
difficilmente, in caso d' invasione,
Gladio avrebbe potuto funzionare
anche perchè l' esistenza della
struttura era ben nota non solo tra
gli addetti ai lavori ma persino
all' opinione pubblica. "Meno che
mai . prosegue infatti la
requisitoria . ci si poteva fidare
di essa per il compimento di azioni
illegali ad altissimo rischio anche
perchè , contrariamente a quanto si
è tentato di accreditare, l'
esistenza della struttura era
rimasta tutt' altro che segreta".
Proprio per documentare questa
"conoscenza esterna" della struttura
Gladio, Giudiceandrea cita
settimanali e quotidiani (dall'
Espresso al Corriere della Sera) che
già venticinque anni fa, a più
riprese, riportarono notizie su un'
organizzazione supersegreta di
agenti specialissimi che si
addestravano in Sardegna, nei pressi
di Alghero. Alla vicenda dell'
anarchico Gianfranco Bertoli,
Giudiceandrea dedica un intero
capitolo (l' ottavo) della sua
requisitoria e giunge alla
conclusione che il Bertoli segnalato
per far parte della Gladio era
effettivamente un omonimo. Le date
di nascita dei due personaggi
differiscono e alcune testimonianze
tra cui in particolare quella del
generale Giovanni De Luca (l'
ufficiale che segnalò Bertoli, in
quanto marconista di leva)
dimostrano che non c' è nessun
legame tra i due. Del resto il
Bertoli marconista esiste realmente,
è vivo e vegeto ed è stato anche
sentito come testimone proprio per
chiarire l' intera storia.
M. A. C.