I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Mario, un eroe italiano.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Mario, classe 1938

Sono Mario, classe 1938, uno dei 622 volontari della struttura “Stay Behind”, denominata a posteriori Gladio. Ho iniziato la mia carriera professionale lavorando, dopo la 3a industriale, in un cantiere edile. Dopo dieci anni di edilizia, dichiarato idoneo in un concorso, sono stato assunto alle dipendenze del comune di Merano (mio comune natio) in qualità di vigile urbano. Sono andato in pensione nel 1994 con la qualifica di funzionario all’ufficio ragioneria.

Sin da ragazzo mi sono cimentato in diverse attività sportive finchè non ho frequentato il corso di paracadutismo indetto dall’A.N.P.d’I. (Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia). Il mio attestato di abilitazione al lancio con paracadute è datato 1959 (in quel periodo l’attestato veniva rilasciato solo sotto controllo militare e con l’utilizzo di vettori militari- per gli intenditori il mitico S.M.82). Faccio ancora oggi parte dell’associazione, all’interno della quale, nel corso degli anni ho svolto diversi incarichi. Negli anni 1965/66 il mio capo nucleo di Merano, ad intervalli, mi poneva strane domande (almeno secondo il mio parere), riferite alla situazione internazionale di quel momento. lo, di politica poco ne capivo dal momento che poco mi interessava, avevo però salda e sicura dentro di me l’idea di libertà, di democrazia, Avevo un grande amore, orgoglio e fiducia nella mia Patria, Mi rendevo conto e capivo perfettamente .che il reale pericolo alla nostra libertà in quel momento, erano le forze del patto di Varsavia, Le uniche in grado di occupare militarmente il paese ed imporre un loro regime fantoccio. Queste risposte uscivano dalla mia bocca in modo istantaneo e senza tentennamenti: io consideravo e considero sacra la Patria e di conseguenza è logico e doveroso che tutte le mie forze siano sempre pronte a difenderla.

Solo pensandoci poi, mi sono reso conto dell’attenzione con cui venivano recepite e analizzate le mie risposte. Successe così che quando il presidente della nostra sezione A.N.P.d’I. di Bolzano, il Cav. Giuseppe Landi, che sicuramente aveva sondato in collaborazione con il capo nucleo di Merano il mio pensiero e le mie intenzioni, mi propose di far parte della struttura, accettai. Finalmente avevo capito che mi si presentava la possibilità di poter essere utile e servire, in caso di bisogno la mia Patria. Lo avevo sempre desiderato. Per me era quasi un sogno che si avverava. Ero comunque ben cosciente di tutte le difficoltà e i rischi che questo comportava. A questo punto è d’obbligo un inciso. Dopo il mio primo corso definito “di base”, nei successivi di specializzazione mi ha impressionato l’elevata cultura tecnica legata a grande semplicità con cui i nostri istruttori ci abituavano a prevedere e pianificare nei minimi dettagli ogni operazione. Sicuramente questi esempi mi hanno sia influenzato che motivato, e una volta a casa, a mente fredda, ho pensato che quanto appreso avrei potuto applicarlo anche alla vita quotidiana; sta di fatto che con sforzo e sacrificio ho ricominciato a studiare, frequentando le scuole serali. Mi sono diplomato e poi nel 1983 mi sono laureato in giurisprudenza all’università di Modena. Questo mi è valso anche nella la carriera professionale, passando da vigile urbano a funzionario ufficio ragioneria.
Tornando allo Stay-Behind, a questo punto comincia l’addestramento. Questo inizia con la firma della dichiarazione d’impegno alla riservatezza datata, nel mio caso, 16 febbraio 1967(impegno che tutti i gladiatori hanno sempre mantenuto, mentre lo Stato NO!). La giornata “scolastica” iniziava con l’alza -bandiera, momento emozionante in cui l’orgoglio prevale su tutto, sei cosciente di quello che fai per la grandezza e l’amore che hai per quel simbolo che rappresenta la Patria. Quella cerimonia mi faceva subito dimenticare che stavo “rubando”, a causa della mia lontananza, tempo prezioso ai miei cari che forse ne avevano altrettanto bisogno.

L’impegno, sia psicologico che pratico è stato duro, faticoso e rischioso sia in famiglia che sul lavoro.
Nel superare queste difficoltà mi ha dato una mano la mia attività sportiva; partecipare a tante manifestazioni diverse, anche a Merano. I famigliari erano presenti, la stampa ne parlava, erano cose che mi hanno aiutato molto nel crearmi una buona storia di copertura. Visto che avevo l’incarico di istruttore e giudice di gara, dichiarare che dovevo assentarmi per un periodo, per esempio per arbitrare una manifestazione a Roma, era una buona copertura sia in famiglia che sul lavoro. Dalla verifica del mio fascicolo personale risulta che ho frequentato il corso basico e i corsi di specializzazione alle tecniche della guerra non ortodossa sui temi I.S.P.E.G. (infiltrazione-esfiltrazione, sabotaggio, propaganda sabotaggio e guerriglia) presso la scuola di Torre Poglina nei pressi di Alghero, dal 1967 al 1989, per quattordici volte. Ora mi si permetta una riflessione: se sono riuscito a fare quanto tutto sopra descritto, senza destare alcun sospetto, il merito non è tutto mio. Buona parte lo devo a mia moglie che mi ha sempre supportato assecondando il mio entusiasmo nel fare tutto ciò che ritenevo utile o necessario. Sarebbe stato impossibile simultaneamente lavorare, studiare, praticare uno sport, giudicato pericoloso, e frequentare una scuola come quella S/B senza avere vicino una persona che ti capisce e ti incentiva in tutto, con la massima fiducia in te.
I corsi di specializzazione venivano completati con le esercitazioni sul territorio di appartenenza. La frequenza nel nostro caso era una ogni due anni. Vi partecipavano tutti i componenti della rete. Questa era la vera occasione per mettere in pratica quanto appreso ed i “protocolli” puntigliosamente studiati per la buona riuscita della esercitazione. Questa, nella maggior parte dei casi consisteva nell’analizzare le informazioni disponibili, nella infiltrazione e successiva esfiltrazione delle forze speciali e simulare con queste un sabotaggio. Altre volte ci si esercitava a ricevere un lancio di materiali.

In quest’ultimo caso era di primaria importanza la ricognizione della zona dove avrebbe dovuto svolgersi l’operazione in modo da definire l’esatto punto, studiare i venti, verificare eventuali pericoli rappresentati da ostacoli ambientali o morfologici o della possibilità di intrusione di estranei nel bel mezzo dell’operazione, studiare le vie di fuga, ecc.. Dovevano essere individuati e memorizzati i percorsi dove avrebbero poi transitato i “TEAM” (di incursori), possibilmente lontano dalle normali vie di transito e dalle zone abitate, trovare rifugi sicuri (baite, fienili e ripari naturali) dove i “TEAM” potevano trascorrere le ore diurne, non visti e essere rifornirti di viveri. Gli spostamenti avvenivamo unicamente di notte. Tutto ciò comportava mesi di preparazione con una infinità di escursioni, sia diurne che notturne con tutti i pericoli che la montagna nasconde. La cosa più importante rimaneva sempre la storia di copertura per la famiglia e per tutti gli altri.

Un episodio curioso ma significativo è avvenuto durante il trasferimento di un TEAM delle forze speciali, di notte. Ad un certo punto uno dei componenti (sicuramente più esperto di noi nell’analizzare i rumori notturni) si blocca e ci fa capire che quel flebile lamento che udivamo non era uno dei soliti versi di animali notturni, ma un lamento umano. Il percorso era stretto e accidentato, la visibilità ridotta a causa delle nuvole. Tenendoci quasi mano nella mano ci siamo diretti verso il luogo dal quale proveniva il rumore, dove un bambino infreddolito e impaurito, aggrappato ad una radice, esausto emetteva un flebile lamento. Dopo averlo portato al sicuro, riscaldato e rifocillato con quello che avevamo, abbiamo deviato dal percorso pianificato e non appena abbiamo visto delle luci ed una struttura illuminata, il gruppo è tornato sui suoi passi per raggiungere la meta stabilita ed uno solo di noi ha accompagnato il bambino fino a quella struttura senza farsi notare. L’indomani sulla stampa locale si leggeva: il bimbo smarrito e ricercato sull’altipiano causa l’accidentale imbocco di una pista per slittini è stato rinvenuto e consegnato all’albergo da ignoti.

Per quanto riguarda la nostra partecipazione a “Gladio” ne siamo usciti piuttosto depressi, disorientati, avviliti; il trattamento riservatoci è stato miserabile, umiliante. Ci fu qualche marginale conseguenza anche sul posto di lavoro. Mi sono visto infatti recapitare una lettera che specificatamente diceva: se nel suo comportamento dovessero essere riscontrati atti di rilevanza penale la sanzione cui potrà andare incontro potrà consistere solo nel suo licenziamento.

La conclusione della vicenda mi esce dal cuore, Voglio dire un GRAZIE alla mia famiglia -moglie e figlie- per aver avuto fiducia in me e sostenuto nei difficili momenti delle inchieste, Voglio chiedere scusa per il tempo che ho rubato loro e dire allo Stato: Perché ti vergogni a riconoscere quei tuoi 622 figli che oltre a giurarti fedeltà si sono dimostrati pronti in caso di necessità anche a rischiare la vita? hanno sottoscritto con te un patto che hanno fedelmente onorato e che tu hai tradito. Perché non solo continui ad ignorarli ma addirittura li disconosci?

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