I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Giorgio, classe 1943

MEMORIE DI UN “GLADIATORE” DELUSO, NON PENTITO.

Desidero incominciare queste mie poche righe di memorie con una passione che mi è stata instillata oserei dire, fin dal grembo materno ovvero l’AMOR DI PATRIA. Io e mio fratello Roberto, di quattro anni più giovane, siamo nati a Pasian di Prato, un paese alle porte di Udine, e siamo stati allevati nella casa dei nonni materni dove convivevamo in una famiglia di sette persone. Da bambino frequentai le scuole elementari del paese dove ebbi la fortuna di avere come insegnante il maestro Sisto D’Agostini, persona amabilissima con una dote innata, quella dell’insegnamento e con una spiccata predisposizione per la musica corale. Almeno due volte alla settimana, in classe, ci faceva cantare quelle musiche che erano state la colonna sonora della sua vita quali l’Inno di Mameli, La Canzone del Piave, I cori del Nabucco e de “I Lombardi” ma anche le composizioni friulane del suo amico e musicista pure friulano Luigi Garzoni: “In che sere i grìs cjantavin..” e “Cjampanis de sabide sere”. Noi ragazzi, nel finale di quest’ultima villotta quando nel testo l’autore si rivolge alle campane dicendo: ….Tigni! cont de plui biele armonie par Minale a la fin de la vuere…, notavamo che il maestro si commuoveva sempre e  noi con lui. Sapevamo che ne aveva avuto più di qualche traversia, in divisa da ufficiale e di quanto grandi e sublimi fossero per lui i concetti di Patria e Famiglia che seppe instillare in noi e dei quali ne faceva una ragione di vita. Un vero esempio per quanti hanno avuto la fortuna di averlo come educatore, io fra questi. Anche il nonno Antonio, fin da quando eravamo piccoli, ci raccontava con orgoglio  di aver partecipato alla grande guerra e che aveva dovuto lasciare a casa la moglie e tre figlie in tenera età. Fra queste mia madre dispersa durante la ritirata di Caporetto mentre il nonno era al fronte e ritrovata solo dopo sei mesi. Papà invece, oltre al periodo di leva, da richiamato aveva partecipato alla campagna d’Africa Orientale e successivamente a quelle di Albania, Grecia e Jugoslavia; anni e anni al servizio di quella Patria che pur avendo sottratto loro la giovinezza, mostrava di amare senza rimpianti.

Quando fra i componenti maschi della famiglia arrivò il mio turno di leva, dopo tre mesi di C.A.R all’Aquila, fui assegnato, e frequentai con profitto, la Scuola specializzati delle Trasmissioni di San Giorgio a Cremano presso Napoli dove ottenni il brevetto di Radiotelegrafista; quindi fui destinato all’ottavo Reggimento Alpini con la specializzazione di marconista. Finita la “naia” nel 1965, non ebbi più occasione di usare la radio né l’ alfabeto Morse. Nel frattempo feci un concorso presso l’Amministrazione delle Poste e Telegrafi dove fui assunto in qualità di Ufficiale Postale ed il destino volle che come direttore del mio ufficio di applicazione trovassi Emanuele D’Agostini, figlio del mio Maestro.

Pur essendo mio compaesano, lo conoscevo appena e non ero mai entrato in confidenza con lui in quanto il suo lavoro lo aveva portato ad operare in diversi campi nelle Poste e Telecomunicazioni, spesso lontano, in paesi della Carnia, quindi all’Ufficio telegrafico Provinciale ed ancora in altri uffici postali distanti dal nostro paese.

Trovandomi in questa situazione ebbi modo di conoscerlo ed apprezzarlo con stima reciproca diventando, oltre che colleghi, amici fraterni, direi inseparabili per il fatto che raggiungevamo l’ufficio usando le nostre macchine a settimane alterne.

Durante un rientro dall’ufficio, Emanuele mi fece una confidenza ed una proposta del tutto personale e particolare sottolineando che, se non avessi accettato quanto stava per propormi, non ne avremmo mai più parlato. Glielo promisi.

Mi raccontò che da diversi anni egli era componente di un’Organizzazione segreta facente parte della NATO che operava in Italia dal dopoguerra per la salvaguardia dei confini nazionali nel caso di una eventuale, ipotizzata invasione da parte di qualsiasi potenza straniera. Eravamo ancora in piena “guerra fredda”. Tale organizzazione era segreta, sconosciuta a tutti ad eccezione dello Stato Maggiore della Difesa e dei Ministri preposti.  A questa “entità” facevano parte persone di provata fede nello Stato, nella democrazia e nei principi della Repubblica.

Egli stesso, mi disse, era stato scelto a suo tempo come addetto alle trasmissioni e aveva proposto il mio nominativo affinchè lo affiancassi nel suo operato vista la mia competenza acquisita da militare. Dopo due anni che aveva proposto il mio nominativo gli era stata comunicata la risposta affermativa, qualche giorno prima.

Devo confessare che il suo discorso mi lasciò sbalordito e confuso creandomi una serie di interrogativi con molte perplessità da parte mia a proposito del comportamento che avrei dovuto tenere con i famigliari, con i parenti, amici, ecc…

Emanuele, con la semplicità e pacatezza che gli erano propri, mi spiegò tutto indicandomi il suo parere su come comportarsi  con la famiglia (moglie in primis) mentre con il resto dei famigliari e delle conoscenze avrei dovuto trovare personalmente il modo più idoneo per sviarli da domande o situazioni imbarazzanti, in particolare sugli eventuali  giorni di assenza da casa e dal lavoro che avrei dovuto fare durante l’addestramento che in genere sarebbero durate  una settimana e che si sarebbero tenute, con ogni probabilità, in Sardegna…

Con le dovute cautele, senza addentrarmi troppo nei particolari, ne parlai con mia moglie che dopo qualche domanda alla quale risposi con la necessaria circospezione, mi rammentò che avevamo un bambino in tenera età e che contava sulla mia consapevolezza sulle possibili conseguenze, lasciandomi però piena libertà di scelta se avessi ritenuto che ciò che mi accingevo a fare fosse stato  per una causa giusta.

Lo comunicai ad Emanuele che, visibilmente soddisfatto, fissò un appuntamento a Udine con un signore che egli chiamava Bepi.

Era regola, mi spiegò Emanuele, che nell’Organizzazione dovessimo conoscerci e chiamarci solamente con il nome di Battesimo ed era fatto divieto assoluto di indagare sul cognome e su qualsiasi altra notizia sulle persone con cui saremmo venuti in contatto,  in seguito.

Ci recammo all’appuntamento in città in una stanza annessa alla caserma Di Prampero e ad accoglierci c’era il signor Bepi, un signore di una certa età un po’ tarchiato  piuttosto  conciso nell’esprimersi. Nel porgermi il saluto di benvenuto, ebbe modo di ripetermi testualmente tutto ciò che già Emanuele mi aveva  anticipato, assicurandomi che i nostri nomi non sarebbero mai, per nessun motivo stati rivelati ad alcuno e che, a “pericolo cessato”, ognuno di noi sarebbe tornato alla propria quotidianità. A fine colloquio, mi fece firmare il mio PATTO CON LO STATO.   Ci disse che a breve saremmo stati convocati entrambi per un’esercitazione di base alla quale dovevano partecipare, a turno, tutti gli aderenti.

L’organizzazione operava   a reti di zona ed Emanuele mi fece conoscere il nostro Capo rete dal  nome  Paolo:   era   una   persona  straordinaria   per meticolosità   e  precisione,  molto capace nell’organizzazione di tutte le esercitazioni il che mi dava grande fiducia .

Giunse per entrambi  la  comunicazione della  prima  missione addestrativa  per l’ultima settimana di ottobre. A questo punto sorgeva il problema di due assenze nello stesso periodo nello stesso ufficio. Trovammo uno stratagemma:  Emanuele, come direttore dell’ufficio, concesse le ferie a me per motivi “sindacali” mentre per lui inventò una urgenza familiare e così, il lunedì successivo, ci trovammo alle sei del mattino all’aeroporto di Ronchi alla volta di Roma pronti per “l’avventura”.

All’arrivo a Fiumicino, Emanuele si recò subito all’edicola dei giornali dove acquistò, come da istruzioni, un quotidiano sportivo e un settimanale che, una volta piegati, sistemò sotto il braccio   sinistro. Erano un segnale di riconoscimento.  Trascorso   qualche   minuto,  si  avvicinò   un   signore  che,   chiamandoci rispettivamente con i nostri nomi, avuto conferma della nostra identità, ci invitò a seguirlo all’esterno dell’aeroporto.

Ad attenderci, in un parcheggio vicino, c’era un pulmino chiaro con i vetri smerigliati senza alcuna possibilità di vista dall’interno all’esterno e viceversa. Già sedute, trovammo altre sei o sette persone silenziose, ciascuna con valigia o borsone sul braccio o sotto le gambe. Il pulmino partì; nell’abitacolo regnava un silenzio assoluto: ognuno era teso e assorto nei suoi pensieri, sostanzialmente ignaro di cosa sarebbe successo nelle prossime ore. Dopo circa un’ora il mezzo di trasporto si fermò. Capimmo che poteva essere un posto di blocco e fra le risposte che il nostro ignoto autista dava, presumibilmente agli agenti del corpo di guardia, si intese chiaramente la parola Capodichino. Eravamo all’aeroporto militare di Roma. Prima di scendere, uno dei presenti, con garbatezza e meticolosità ci indicò l’ordine di uscita e le modalità. Saremmo scesi davanti alla scaletta di un aereo; non avremmo dovuto guardarci in giro, salire in fila sul velivolo, sistemarci sui sedili ai lati della fusoliera e agganciare subito le cinghie di sicurezza. Tutti eseguimmo gli ordini senza proferire parola. Ci rendemmo conto che l’aereo era a dir poco enorme. Da come era fatto internamente, doveva essere militare. Si notavano i dispositivi per i lanci col paracadute e anche in questo caso gli oblò erano smerigliati in modo che i passeggeri non potessero identificare ciò che li circondava all’esterno. Osservai che verso la cabina di pilotaggio si accingevano a salire due ufficiali in divisa dell’Aeronautica militare che, gentilmente ci augurarono buon viaggio. L’aereo si mosse e con un rumore assordante si alzò in volo. Credo che per tutti i passeggeri, me compreso, questa sia stata un’ emozione nuova che ricorderò a lungo, forse per tutta la vita. Dopo circa due ore, la “fortezza volante” cominciò la discesa. Istruzioni per lo sbarco: non guardare in giro e salire su un altro mezzo di trasporto (terrestre), ancora con i vetri opachi che ci avrebbe condotti a destinazione dopo altre tre ore di viaggio, senza soste intermedie. Giungemmo a destinazione nel cortile di una specie di casermetta con alcune sale interne adibite a camere, una sala ristoro che fungeva da bar, la sala mensa con annessa la cucina dove vi lavoravano due cuochi. Ci sistemammo nelle camere singole. Il balcone della mia guardava un porticciolo che davanti aveva un piccolo golfo e in fondo si notava il mare aperto proprio all’ora del tramonto. Prima della cena ci sottoposero uno ad uno a una visita medica e ci presentarono  un signore , baffuto, sulla cinquantina che ci presentarono come il signor Decimo, responsabile di questa nostra esercitazione. Dall’aspetto e dal modo di parlare, capii che doveva essere sardo. Ci chiesero tutti gli effetti personali, compresi documenti e portafogli che ci avrebbero reso alla fine del corso e ci consegnarono gli indumenti da indossare durante la settimana: erano delle tute di color verde militare. In una sala un signore, vestito come noi, fece ad ognuno due foto con in mano un cartellino nel quale era scritto, in caratteri grandi, il proprio cognome e nome. Prima della cena, il signor Decimo ci invitò a portarci nel cortile della casermetta e a metterci in fila; al suo ordine “alzabandiera” vedemmo alzarsi sul pennone, in mezzo al cortile, il Tricolore. La settimana, cominciata con queste forti emozioni che mai avrei pensato di vivere, trascorse fra lezioni ed esercitazioni, mi pareva di essere tornato sotto la naia. Con i colleghi, in tutto una decina, riuscimmo ad instaurare un rapporto quasi fraterno pur nel rispetto delle regole della discrezione. Erano persone straordinarie delle quali ricordo ancora la cadenza del loro dialetto in un parlare corretto e misurato. Dal comportamento di ognuno di questi traspariva, almeno per me, in modo evidente quell’Amor di Patria che mi era proprio e di cui ho scritto all’inizio…..

Di questi “corsi di addestramento” nei miei 12 anni di appartenenza ne feci quattro: un altro ancora in Sardegna nello stesso luogo ma con altri istruttori e con materie di studio diverse, altri due nei pressi di Roma, forse Cerveteri, in un Centro Trasmissioni dell’Esercito. In questi ultimi due ho avuto modo di accedere ai più sofisticati apparati di telecomunicazioni e la fortuna di osservare in prima persona l’evoluzione dei sistemi radio dall’alfabeto Morse alle più recenti trasmissioni telematiche.

La mia attività di “radiotelegrafista occulto” però si svolse principalmente in loco, accanto all’amico Emanuele. Non dimenticherò mai le ore trascorse con lui ad allenarci nel ricevere da una radio che aveva in dotazione (forse residuato della guerra in Corea ma perfettamente funzionante) i messaggi Morse in preparazione delle esercitazioni.

Un’emittente che non sapevamo dove fosse ubicata ( forse nel Regno Unito) in certi orari e frequenze che ci venivano comunicate dal Capo rete, trasmetteva una serie di messaggi a gruppi di lettere e cifre a una velocità di 60-70 caratteri al minuto che noi dovevamo trascrivere in gruppi di cinque per allenare la memoria.

Nell’esercitazione vera e propria il tutto diventava decisamente serio, erano delle vere prove di come avremmo dovuto operare in caso di presenza di un’ Opposizione attiva (chiamavamo, in gergo, così l’eventuale invasione). Non si poteva pertanto sbagliare nella trascrizione dei messaggi perché anche una sola lettera errata poteva compromettere l’esito di tutta l’esercitazione.

Questa poteva durare alcuni giorni e le trasmissioni dei dati via radio potevano avvenire in qualsiasi momento del giorno e della notte. Emanuele pertanto prendeva alcuni giorni di ferie…per vendemmiare …o per visite urgenti a …parenti … e se ne stava chiuso in una camera di casa sua con radio, carta, penna, cuffie e antenna che faceva posizionare a me dicendo che nessuno come me sapeva trovare l’angolazione del filo che calava dalla finestra di una camera della sua casa e che io posizionavo e fissavo al tronco di un albero del suo giardino. Al mio rientro dall’ufficio lo raggiungevo e collaboravo con lui, alle volte fino a notte inoltrata nel ricevere o decrittare messaggi.

Nella maggior parte dei casi il compito della Rete era di far esfiltrare, ovvero portare al sicuro (sempre naturalmente nel quadro dell’esercitazione) soggetti a rischio di cattura o ricercati da parte “dell’opposizione attiva” o che avrebbero dovuto portare a termine azioni di sabotaggio o commando.

All’operazione, naturalmente, partecipavano tutti gli agenti della Rete, ognuno con il suo incarico specifico.

Anche in loco vigeva la regola del conoscerci solamente attraverso il nome di Battesimo.

Nel mio team eravamo una decina: Paolo con il vice capo rete Roberto, Vincenzo, Aldo,Beppino, Bruno, Renzo, Pasqualino, Pacifico, ed ancora Giorgio (il sottoscritto) ed Emanuele.

Uomini che nell’assolvere questo delicato compito ci mettevano il cuore….. Ricordo che ad operazione conclusa ci ritrovavamo in serenità nella casa di Aldo a Moggio Alto, cantando villotte friulane al suono della mia fisarmonica alla quale, come voleva la regola, dovevo ricordarmi di coprire con un adesivo il mio cognome inciso sul davanti. Così brindavamo al successo ricordando i momenti salienti dell’operazione felici, paghi di aver dato un nostro piccolo contributo alla difesa della Patria.

Tutto questo fino allo scioglimento della STAY BEHIND e alla lettera di ben servito dell’Ammiraglio Martini. Il termine “Gladiatore” fu per me una novità, non ricordo di averlo mai sentito prima se non nel film “Spartacus” o, prima ancora, nei libri di storia delle elementari! Sono certo che la pubblicazione di quei 622 nomi apparsa sulla stampa, alla TV e su tutti i mezzi d’informazione, con tutte le conseguenze che ben conosciamo, sia stata vissuta da noi come un vero e proprio  tradimento. Avevano creduto di aver fatto un patto con lo Stato. Patto che noi tutti avevamo puntualmente rispettato con quel silenzio e quell’ anonimato che avevamo osservato scrupolosamente per lunghi anni, proprio come hanno fatto e continuano a fare  “I Gladiatori” (ormai chiamiamoli così) delle altre nazioni aderenti.

Di questa mia vicissitudine,  mi resta la foto ed il ricordo dell’indimenticabile incontro con il “nostro” Presidente Francesco Cossiga, sì, proprio quello a cui hanno voluto storpiare il cognome scrivendolo sui muri con la lettera K.

Ci accolse a Palazzo Belgrado per stringere la mano ad ognuno di noi. In  quella occasione volli  immortalare  le  sue  parole  portandomi  appresso  nella  tasca  del  paltò  un  piccolo registratore portatile mimetizzando il microfono a mo’ di bottone nell’asola del bavero del cappotto. Quando strinse la mano a me, da buon radioamatore, qual’era anche lui, per prima cosa guardò …il bottone e mi sorrise. Aveva capito.

All’uscita   trovammo  uno  stuolo  di  giornalisti,  operatori  con   telecamere  e  curiosi  che intendevano  “sapere”  le  nostre  opinioni  e che ci tempestarono di  domande  inerenti  all’esito  del colloquio. Uno di questi, che ricordavo di aver visto più volte alla televisione ma   di cui non rammento il nome, mi seguì fino ai giardini Ricasoli, con un’insistenza degna di miglior causa.

Non avevo alcuna intenzione di rilasciare dichiarazioni ma quando mi chiese come avessero appreso  i miei famigliari la  notizia della  mia appartenenza a  questa  struttura, sentii il desiderio di rispondergli. Mi fermai e guardandolo bene negli occhi, gli dissi che a casa avevo moglie ed un figlio di 17 anni e che al momento opportuno avevo chiarito perfettamente con loro tutto quanto in cui avevo creduto e nel quale ancora credo. Il giornalista, garbatamente volle sapere quale fosse stata la reazione del ragazzo. Gli dissi che mio figlio Flaviano, mi abbracciò e mi disse testualmente: “Papa, vorrei essere stato al tuo fianco”. Diedi appuntamento a tutti gli amici della mia rete a casa mia e finalmente potei scrivere accanto ai loro nomi anche i…cognomi. Non erano più anonimi.

Tutto il resto è storia recente: la costituzione in Associazione degli ex “Gladiatori”, processi, calunnie, depistaggi, stragi e quanto di peggiore ognuno voglia aggiungerci mi interessa molto relativamente.

Concludo citando la proposta del nostro compianto Presidente sul riconoscimento dello status militare agli ex appartenenti in Parlamento da oltre un decennio. Mi auguro che questo possa avvenire in breve per un solo motivo. Avendo lavorato presso le Poste, ricordo che ai Cavalieri di Vittorio Veneto, tanti anni fa venne assegnato un misero sodalizio che io corrispondevo semestralmente a quei pochissimi ex combattenti della Grande Guerra rimasti in vita. Ho motivo di pensare che essendo i nostri Gladiatori, già vent’anni fa, in tutta Italia 622, e in questo tempo Dio sa quanti sono andati avanti e con loro il caro, fraterno amico Emanuele e ancora Aldo, Beppino, Vincenzo…le candele che un tempo ci brillavano attorno, ci accorgiamo che per la regola della vita, una ad una si stanno spegnendo così, se la proposta andrà a buon fine, l’eventuale attestato ci sarà assegnato…

…ALLA MEMORIA. Bene, meglio che niente, anzi meglio che trent’anni di galera, come avrebbe sperato qualcuno, per essere stati “traditori della Patria”.

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