I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Luciano, classe 1933

Ricordo di essere stato contattato dal Signor Pasquale nel settembre 1957. Poi, chi ha segnalato a lui il mio nome non mi è dato di sapere.

L’incontro è avvenuto in una stanza separata di un locale pubblico dove, per sommi capi, mi è stato raccontato che era stata costituita una organizzazione militare nell’ambito del PATTO ATLANTICO che avrebbe dovuto essere attivata solo nel caso di invasione del nostro paese.

Dichiarai subito la mia disponibilità ad operare per la difesa della Patria. Inoltre, mi è stato raccontato che pur militarizzato, non avrei indossato più la divisa e che il “servizio” sarebbe stato da svolgere soprattutto nel territorio della Bassa Friulana.

Preciso subito che, tutti i richiami che ho avuto fino al 1965, sono avvenuti con regolare cartolina di richiamo da parte del Distretto Militare di Udine. Il mio primo richiamo presso la Scuola che allora non si sapeva in quale Regione d’Italia si trovasse, avvenne dal 23 novembre al 7 dicembre 1959.

Le modalità per farci arrivare a destinazione erano quelle dell’assoluta riservatezza cosi pure per il ritorno. Si andava fino a Roma in treno. Alla Stazione Termini con una procedura per assicurare sicurezza nella riservatezza venivamo individuati da una persona del servizio, accompagnati a Ciampino, imbarcati su un aereo con oblò oscurati, sull’aeroporto di arrivo l’aereo veniva parcheggiato a fine pista, in una posizione dalla quale non era possibile vedere e capire dove ci si trovasse; quindi, venivamo immediatamente fatti salire su un mezzo militare dal quale non era possibile, neanche sbirciare, all’esterno. Si arrivava alla Scuola ed anche qui era applicata la massima circospczione perchè non si potesse individuare la località in cui si era. Dalla Scuola si poteva comunicare con la famiglia ed amici solo con uno scritto che veniva imbucato a Roma. Insomma il nostro indirizzo ufficiale era Ministero della Difesa – Raggruppamento Unità Speciali – Roma.

Il corso, definito di base, per la guerra non ortodossa aveva una particolare propensione per l’addestramento subacqueo, al fine di ricupero di materiale sommerso. Le lezioni si susseguivano come in una normale scuola, i docenti preparatissimi ci addestravano e ci facevano conoscere le armi, gli esplosivi e le modalità d’impiego; si dovevano fare rilievi topografici; fare escursioni notturne per raggiungere un obiettivo; nuotare con apparecchiature da sub per conoscere i fondali. Insomma un sacco di cose.

Alla sera, se non c’era in programma una esercitazione all’aperto, ci gustavamo un film relativo alla resistenza o qualcosa del genere.

Un secondo richiamo nuovamente presso la stessa Scuola, ha avuto pratico svolgimento dal 1° luglio al 15 luglio 1960. Se ricordo bene è stato un po’ come il primo e in più la materia NASCO. Infatti, le relative lezioni erano improntate sulla posa e l’individuazione di nasco subacquei.

Il 3° richiamo si è svolto dal 13 settembre al 13 ottobre 1962 per farmi partecipare ad  una grossa esercitazione NATO svolta nel Comune di Tramonti di Sopra (nella frazione abbandonata di Palcola o Palcoda). Il personale militare USA, che operò con noi, era regolarmente in divisa. Qui, grossomodo, è stato messo un “pratica” quello che avevano imparato alla Scuola.

Il 4° richiamo e avvenuto il 4 marzo 1965 ed ha avuta una durata di 15 giorni. Stesse materie ma con specializzazione “sabotaggio”.

Inoltre, ho partecipato a diversi richiami senza “cartolina di precetto” e questi non sono registrati sul mio foglio matricolare. Allora, mi è stato raccontato che la Centrale è stata indotta a non fare più regolari richiami attraverso l’organizzazione del Distretto Militare per ragioni di sicurezza. Praticamente dalle cartoline richiamo si sarebbe potuta individuare l’organizzazione.

Un anno, non ricordo quale fosse, il richiamo avvenne in un periodo imprecisato in cui le Poste erano in sciopero e le lettere che avevo scritto a mia moglie non arrivarono e altre possibilità di comunicare con la famiglia non c’erano. Allora mia moglie inviò un telegramma al mio indirizzo del Raggruppamento Unità Speciali di Roma con il quale mi chiedeva di farmi vivo non tanto per lei quanto per i figli.

Sempre a mia memoria, sono partito dall’Aeroporto di Rivolto per un richiamo. Non ricordo la data ma ricordo che le lezioni vertevano sulle infiltrazioni ed esfiltrazioni dalla zona occupata.

Ricordo un altro richiamo, in cui l’aereo non era il solito Dakota; ed in più a questo ha partecipato anche la Signora Luciana. Era la prima volta che in mezzo a noi c’era una donna.

Presso la base di Cerveteri mi sovviene ancora di aver   partecipato ad un corso di capo rete ed un altro per ricezione aerea.

Durante le esercitazioni, nella nostra zona di competenza, ci si doveva muovere con la massima circospezione. Le storie di copertura dovevano studiate e preparate a priori: Ad esempio: se la storia di copertura era una battuta di pesca ci si doveva vestire adeguatamente, avere la relativa attrezzatura; così per la caccia, o per la raccolta dei funghi; Oppure si fingeva di andare in gita, oppure al cinema, al ristorante, ecc.

Ho fatto diverse esercitazioni per la posa e recupero dei NASCO, sia presso la Suola di Alghero (ora so dov’era ubicata) e altre sul nostro territorio: minuziosa la ricerca dei siti adatti che dovevano essere appartati, in luoghi assolutamente sicuri dalla manomissione accidentale.

Questo addestramento avveniva, alle volte, con la collaborazione di altre reti: nel senso che, previo opportune indicazioni, fornite dalla centrale, loro dovevano rintracciare i nostri NASCO e noi i loro. Poteva accadere, come è successo, che il nasco contenesse qualche genere “di conforto”, anziché altro, per ripagarci della fatica dello scavo. Noi, come premio per i colleghi si metteva due bottiglie di liquore.

Ma i NASCO operativi, in realtà avrebbero dovuto contenere ben altre cose utili alla guerriglia, come esplosivi per azioni di sabotaggio, ecc..

Ovviamente, circa il contenuto dei NASCO, alla Scuola ci avevano informati che in caso di invasione del territorio avremo trovato i materiali necessari in luoghi che la centrale ci avrebbe comunicato per radio.

Per comunicare tra i vari elementi della rete e magari con le altre reti abbiamo fatto qualche esercitazione per la trasmissione di messaggi mediante il sistema dei contenitori pieni o vuoti. In un posto prefissato veniva lasciato un messaggio scritto che poteva essere individuato mediante opportuni segnali da membri della stessa o di un’altra rete.

 Nelle esercitazioni fatte dalla mia rete per azioni di sabotaggio, queste, venivano simulate con blocchetti di plastilina per l’esplosivo e per la miccia corda plastificata tipo quella per stendere i panni o qualcosa di simile.

Innumerevoli di queste esercitazioni sono state pianificate, mediante la pratica acquisizione degli obiettivi e tante sono quelle concretizzate con tutti gli accorgimenti per raggiungere il sito prescelto, la corretta posa e occultamento del finto esplosivo con tutto quello che ne consegue, per un risultato sicuro.

La mia rete ha svolto le sue esercitazioni:

•    su linee ferroviarie, soprattutto per interrompere rifornimenti strategici di vario genere necessari al nemico che ha già invaso parte del nostro Paese;

•    su linee elettriche di alta tensione, la cui corrente elettrica è di capitale importanza per le industrie già cadute in mano al nemico. Ricordo in particolare una che ci ha parecchio impegnato, fatta nei pressi di Saciletto/Alture.

Concludendo, le esercitazioni di sabotaggio venivano simulate:

•    presso la Scuola (al suo interno) con azioni reali su manufatti reali; le esterne con materiali inerti su obiettivi reali.

Su questa particolare esercitazione “Delfino”, che tanto si è parlato a sproposito, tengo a precisare che sicuramente è stata pianificata ma, in pratica abbiamo fatto poco o nulla. Ad esempio, la mia rete si è limitata a supporre di dover trasferire da Aquileia a Trieste a mezzo di un natante di un team operativo per una azione di sabotaggio. Infatti, in una giornata piovosa, ci siamo recati ad Aquileia, salimmo sul natante che si trovava sul fiume Natissa e dopo pochi minuti siamo sbarcati e siamo rientrati.

Alla mia rete facevano parte una quindicina di persone con vari compiti: quello di custode di casa sicura, quello che doveva attivare i serbatoi per le comunicazioni, il team del sabotaggio, ecc., ecc.

In questi ruoli, qualche volta, per una ragione o l’altra ho dovuto sopperire per quei componenti al momento non disponibili.

Queste esercitazioni sono state numerose   ed impegnavano diversi elementi della rete. Lo scopo era quello di far esfiltrare piloti “abbattuti”, personale militare della NATO, politici, ecc. La rete aveva il compito di riceverli, nasconderli in una casa sicura per un certo periodo di tempo e poi farli esfiltrare.

Le esercitazioni di infiltrazione e di esfiltrazione venivano fatte realmente. Si doveva prelevare con i dovuti modi alcuni “personaggi” della NATO che potevano essere di varie nazionalità, provenienti, a seconda dei casi: da un’altra rete, oppure paracadutati per supposta caduta dell’aereo, oppure per via mare se infiltrati. Il compito nostro era quello, come detto, di proteggerli, di mantenere la assoluta sicurezza della nostra rete, non facendogli sapere dove si trovavano e neanche vedere le persone ospitanti. Posso dire che per ospitare questi personaggi si correva il rischio di essere individuati così compromettendo il buon esito dell’esercitazione. Ma le esercitazioni servivano proprio a questo.

Le persone da esfiltrare, all’arrivo, generalmente di notte, venivano subito bendate; successivamente controllate soprattutto che non avessero armi, gli si rilevavano le impronte che si inviavano alla Centrale per la loro certa identificazione e avere istruzioni sul loro “trattamento”. La tecnica per il rilevamento delle impronte veniva espletata con mezzi rudimentali: fumo di candela su un vetro, ecc. Quindi, l’impronta veniva interpretata, crittografata e con una ricetrasmittente trasmessa alla Centrale.

Personalmente, ho partecipato ad una esercitazione nella zona di Nimis dove, si era supposta   una caduta di un aereo ed io ero il pilota abbattuto. Dopo tre giorni seguendo una particolare procedura sono stato individuato dalla rete operante nella zona, riconosciuto mediante il rilevamento delle impronte e finalmente ospitato in una casa sicura in attesa di farmi rientrare alla base.

Questa esercitazione portata bene a termine è servita al responsabile della Struttura per il Nord Est (il Signor Aldo) per capire il nostro grado di preparazione ed organizzare in diverse parti del Friuli, siti per esercitazioni, ma non saprei dire quali; comunque, suppongo lanci di materiale, per infiltrazioni/esfiltrazioni, ecc. Non escludo i NASCO.

 Ho aderito all’organizzazione perché ho ritenuto mio dovere, servire la Patria, difendere i suoi confini e la sua libertà, perché provavo e provo un forte sentimento di lealtà nei confronti dell’Italia.

Qualcuno si è già dimenticato che allora, era il 1958, il pericolo di una invasione non era una chimera. Già nel 1953 le truppe del Maresciallo Tito avevano provato saggiare la reazione dell’Italia ad una loro minaccia; poi, proprio nella primavera del 1958 venne sottoscritto il Patto di Varsavia fortemente voluto dall’Unione Sovietica. Per ciò, è stata meditata ma sicura la mia decisione di accettare la proposta del Signor Pasquale.

Il Ministero Difesa che mi aveva fatto firmare la particolare “dichiarazione d’impegno” con la quale tra l’altro, prometteva il più rigido sistema di sicurezza per la difesa del segreto e della tutela degli aderenti, contravvenendo a questo impegno dava mandato al SISMI di “congedarmi” e pubblicava i nostri nomi. Il Direttore del servizio, l’Ammiraglio Fulvio Martini, mi scrisse la lettera di “benservito” nel gennaio del ’91 (sembrava il licenziamento di una domestica, con referenze).

Di questa mia militanza, come del resto penso valga per gli altri 622, per oltre trent’anni, non ho palesato niente a nessuno né dei miei famigliari, né dei miei amici; né a nessuno con cui ho avuto rapporti di lavoro. Da ciò, si può capire con quanto impegno avevorispettato questo silenzio, e quanto questo possa aver modificato il mio sistema di vita.

Le   privazioni, il   tempo   libero   sacrificato, tante   e   tante   ore   di   lavoro   spese   per l’organizzazione, non si possono facilmente quantificare. Tengo a precisare che non pretendo di essere rimborsato, non ho chiesto né pensioni, nè titoli, nè onori né altro.

Invece, per questo “servizio” che ho svolto in maniera assolutamente disinteressata per il mio paese, ho e più in generale, abbiamo dovuto subire una infamante e umiliante campagna di stampa messa su ad arte da mass media senza scrupoli, politicamente schierati, e subire numerose convocazioni e interrogatori da parte della Magistratura e Polizia Giudiziaria, quasi fossi un piccolo delinquente.

A rispondere e/o testimoniare di questo mio servizio, sono stato chiamato: il 9 aprile 1991 a Udine, il 18 aprile dello stesso anno a Padova. In queste due udienze, ho cercato di spiegare il mio ruolo, quello che avevo fatto e quello che sapevo sulla struttura. Evidentemente, ciò non è bastato perché nuovamente sono stato chiamato a testimoniare a Roma, il 30 novembre 1999, volendo i pubblici ministeri “accertare” la responsabilità penale di alcuni dirigenti del Servizio Segreto Militare, in ordine alla gestione della Struttura Stay Behind. Ma, francamente, non ho capito dove mirassero con il mio interrogatorio.

Questi fatti mi fanno sorgere spontanei degli interrogativi: se, con la sentenza istruttoria del 15 luglio 1996 dei Procuratori Ionia, Salvi e Saviotti era stata accertata la nostra estraneità afatti delittuosi contrari all’ordinamento, perché si continua ancora ad andare avanti con queste inchieste? Risulta che, ormai, è stato appurato l’integerrimo comportamento di tutti e 622 i militanti della Stay Behind; quindi, rimangono solo fantasticherie.

Debbo dire che, in quel tempo, per tacitare l’iniqua e fantasiosa pubblicità tendente a rovinare moralmente e materialmente gli ex appartenenti alla Stay Behind, più volte mi sono appellato al Presidente della Repubblica, Scalfaro in quanto anche Capo delle Forze Armate. Questo personaggio, altezzoso, ambiguo e indegno qual’era, non mi ha mai risposto neanche indirettamente.

Ho scritto pure al successivo Presidente della Repubblica Ciampi e, finalmente, uno sprovveduto suo Consigliere mi ha risposto in sua vece, rispondendomi “Pilatescamente” che “le attribuzioni del Presidente della Repubblica non gli consentono di esprimersi in merito”.

È sorto in me un sentimento di profonda repulsione verso il Presidente del Consiglio, del Ministro della Difesa e giù a scendere fino ai vertici del SISMI (di allora) che invece di difenderci e di osservare il contenuto della DICHIARAZIONE D’IMPEGNO, hanno pensato bene di mantenere salde le loro posizioni di potere ed i loro interessi, divulgando senza resistenza, i nomi.

Si pensi che al Giudice Casson è stato consentito di visionare gli archivi del SISMI nel mese di ottobre 1990 e ai poveri, sprovveduti 622, diretti interessati, non è stato comunicato niente di niente. Perciò, alla fine, per tutti questi patrioti si è ripetuto ancora una volta un 8 settembre (1943). Come allora, tutti i responsabili hanno pensato di tirarsi fuori da ogni impiccio e filarsela, lasciandoci in balia di noi stessi, lasciando che ci mettessero alla gogna, permettendo che ci accusassero di ogni misfatto. (Ha proprio ragione Giovanbattista Vico sui Corsi e ricorsi della storia!)

Ribadisco di sentire in me forti sentimenti di patriottismo e di italianità, che neanche queste vicende hanno scalfito. Purtroppo ho altresì maturato una completa idiosincrasia per i nostri governanti ed i loro servi, ai quali va il mio più totale ed incondizionato disprezzo.

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