I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Giorgio, classe 1933

Alla fine del 1961 frequentavo la mensa della Fincantieri e pranzavo allo stesso tavolo con Amelio che mi chiese, piuttosto direttamente, se me la sentivo di entrare a far parte di un’organizzazione militare se­greta, preparata in difesa della Patria che avrebbe dovuto operare in caso di invasione da parte di truppe nemiche. Diedi la mia disponibilità, ma solo dopo la metà del 1962 ho saputo di essere stato riscontrato idoneo a far parte dell’organizzazione. Il primo maggio 1963 venni chiamato per un corso di base di 15 giorni su guerriglia, sabotaggio e altre discipline presso la Scuola che solo nel 1991 ho saputo essere ubicata nei pressi di Alghero. Per arrivare a detta scuola, allora bisogna­va andare a Roma in treno, poi alla stazione ferroviaria si veniva avvicinati da uno sconosciuto istruttore che ci identificava in base a particolari atteggiamenti quali il modo di portare la valigia o di tenere il giornale o l’ombrello. Faceva una domanda a cui bisognava rispondere in modo predeterminato. Lo sconosciuto guidava poi un gruppo di adepti così raccolti su un pulmino che ci trasportava fino all’aeroporto di Ciampino, qui ci facevano salire su un aereo con oblò oscurati che ci trasportava fino a una località vicina alla Scuola. Quindi su un mezzo militare anch’es­so opportunamente oscurato ci conducevano alla Scuola. Tra di noi là ci conoscevamo solo con i nomi di battesimo, istruttori inclusi”.

“Le lezioni sulle diverse materie (guerriglia, sabotaggio, infiltrazione, esfiltrazione, criptografia, impronte, ecc.) si sus­seguivano per tutta la giornata. Diverse erano le uscite notturne per mettere in pratica ciò che ci era stato insegnato durante il giorno. Fui poi richiamato per un corso di sabotaggio di 15 giorni il 4 marzo1965. Ho partecipato a un terzo “richiamo” di venti giorni a partire dal 30 settembre 1965”.

Quest’ultimo però era un richiamo molto particolare. “L’esercitazione si svolse in Friuli assieme a gruppi di militari della Nato che erano stati paracadutati di notte, guidati dalle nostre segnalazioni, nella zona di Osoppo. Quindi dentro mezzi militari chiusi che non ci permettevano di vedere fuori ci siamo trasferiti di diversi chilometri e poi abbiamo pro­seguito a piedi, in silenzio assoluto per sentieri impervi. Dopo un paio d’ore siamo arrivati in un accampamento ben occultato nel bosco. Nei giorni seguenti abbiamo pianificato una serie di esercitazioni subito poi messe in atto. Un gruppo ha avuto il compito di pianificare un’azione di sabotaggio mediante il minamento del ponte di Dignano sul Tagliamento che era realmente presidiato da un corpo di guardia. Il team di quest’azione era composto da alcuni volontari e da due sabotatori (paracadutati) che avevano il compito di far saltare alcune arcate del ponte. I sabotatori sono avanzati con una marcia di avvicinamento di oltre un chilometro sul gre­to del fiume, con l’acqua che arrivava alle ginocchia. Dopo un paio d’ore nelle formelle sotto le arcate del ponte hanno posto cartellini con la scritta “Ponte minato” e l’indicazione del tipo e della qualità di esplosivo previsto per distruggere l’arcata. Siamo rientrati con le stesse cautele senza essere stati scoperti e abbia­mo comunicato al responsabile della nostra esercitazione che il ponte era stato minato e fatto saltare. Il nostro soprintendente andò a riferirlo all’ufficiale che comandava il reparto di guardia al ponte. Costui incredulo per la stretta sorveglianza che aveva predispo­sto, dovette arrendersi quando poté accertare la presenza dei bi­gliettini che erano stati là collocati”.

Dal 1967 i richiami non sono stati più registrati, per ragioni di si­curezza, sul foglio matricolare e nemmeno viene rilasciata la dichiarazione del centro per giustificare l’assenza al datore di lavoro. “Da quel momento in poi il richiamo venne comunicato solo verbalmente, Dovendo noi ri­manere fuori casa perlomeno per una settimana, soprattutto per i fami­liari bisognava  inventare qualche scusa  credibile, ma praticamente non verificabile.

Per un’esercitazione in Val d’Aupa ho avuto un quinto richiamo di venti giorni nel mar­zo 1978. Anche in questa occasione c’erano con noi, ad addestrarsi, dei militari della Nato. Ogni giorno dovevo percorrere molti chilometri a piedi, su strade coperte da una coltre nevosa, facendo atten­zione a lasciare meno impronte possibile, per depositare in un contenitore (tecnicamente chiamato “serbatoio”) in qualche nascondiglio: sotto una pietra, o dietro un albero, vicino a un paracarro, nascondevo altresì messaggi su quanto era stato fatto, e nel contempo prelevavo messaggi per il prosieguo dell’esercitazione. Successivamente ho frequentato numerosi corsi alla scuola di Cerveteri, nei pressi di Roma, in particolare uno per caporete e uno di radiotrasmissioni. Pres­so la Scuola siamo stati informati che i Nasco servivano per occultare materiale idoneo alle operazioni di guerriglia, sabotaggio ecc.: armi, esplosivi, radio ri­cetrasmittenti, paracadute, indumenti, insomma materiale che sarebbe potuto servire anche ad altri. Il personale della Scuola ci avvisò che sul territorio di nostra competenza avremmo trova­to questo materiale per le operazioni di guerra non convenzionale solo nel caso di effettiva necessità (cioè di invasione) e l’informazione sull’ubicazione ci sarebbe sta­ta data al momento per radiomessaggio”.

Ho fatto addestramento sulla posa e recupero dei Nasco sia presso la Scuola di Alghero che con esercitazioni pratiche nella nostra zona di competenza, ma senza eseguire nella pratica pose o recuperi reali. C’erano poi le esercitazioni per la ricezione aerea che consistevano nel­la individuazione di un terreno adatto all’atterraggio di aerei o al lancio di paracadute. Ovviamente il sito doveva essere il più possibile occultato con vie di accesso e di fuga preventivamente ben studiate. Nel caso di atterraggio di aerei bisognava indicare la pista mediante segnalazioni luminose che dovevano essere visibili possibilmente solo dall’aereo, così come bisognava indicare una “T” luminosa per il lancio di paracadute. L’addestramento per la ricezione maritti­ma invece, che avveniva sempre di notte e magari in condizioni meteorologiche non perfette, in estrema sintesi, consisteva nel segnalare al battello il punto di sbarco mediante particolari se­gnali luminosi anche colorati.

“Le impronte digitali venivano prelevate per smascherare eventuali infiltrati e per quel­li da esfiltrare per avere un più sicuro riconoscimento giunti a destinazione”.

Il prelievo delle impronte avveniva in maniera molto semplice: mediante il fumo di una candela lasciato depositare su un vetro sul quale poi si facevano roteare i polpastrelli delle dita. Poi si interpretavano i rilievi delle cir­convoluzioni sui polpastrelli e si trascrivevano in cifra per tra­smetterle successivamente alla Centrale. Solo dopo il via libera della Centrale la persona poteva essere aiutata a esfiltrare. Le persone che dovevano transitare attraverso il territorio dove­vano essere alloggiate in una “casa sicura” con tutte le cautele e gli accorgimenti necessari per non indurre sospetto in alcuno.

“Uno della mia rete ha alloggiato quattro persone per quattro giorni in una stanza della propria abitazione senza acqua e con servizi igienici di fortuna: ha provveduto lui non solo a rifocillarle, ma per ogni altra necessità.

Nessuno della sua famiglia si è accorto di nulla! Un’altra volta tre che dovevano essere esfiltrati sono stati alloggiati in un ufficio che però non poteva ospitarli di giorno, per cui alle sei del mattino bisognava caricarli in macchina e nasconderli tra gli arbusti del Carso, per farli rientrare poi alla sera. Per far esfiltrare le persone in transito bisognava portarle verso il territorio di un’altra rete e con par­ticolari modalità per non farsi riconoscere dai membri dell’altra rete, (segnali noti solo agli interessati), si procedeva al passaggio o alla consegna degli ospiti. Gli ospiti infiltrati o da esfiltrare (erano sempre, nelle esercitazioni, dei militari Nato) Questi venivano trasferiti bendati o con occhiali tipo saldatore in maniera che assolutamente non potessero capire dove si tro­vavano e dove andavano. I militari, specialmente se stranieri a volte avevano con sé l’intero equipaggiamento, e ben pesante”. In un caso, per un trasferimento di una trentina di chilometri ho dovuto chiedere in prestito un pulmino a un ente religioso, inventando una grossa bugia sul servizio da fare. Li ho portati a destinazione in una grotta carsica. Mai e poi mai è stata impiegata in mia presenza anche una sola un’arma. Solo durante i corsi presso la Scuola ci hanno fatto sparare con varie armi. Circa gli esplosivi, sempre e solo presso la Scuola ci hanno insegnato a conoscerli in maniera approfondita per il loro migliore utilizzo attraverso modi e quantità d’impiego. Nelle nostre esercitazio­ni veniva molto usata (al posto degli esplosivi al plastico) la plastilina e come miccia un tubicino di plastica o corda plastificata per stendere i panni”. 
                                                                                                          Giorgio

Archivio notizie