I patrioti della Stay Behind. La nostra storia. Silendo Libertatem Servo.

Un eroe silenzioso.

I patrioti della Stay Behind non cercano visibilità per sé quindi chiedono di essere citati per nome, esattamente come facevano durante la loro attività svolta al servizio della Repubblica, pronti a difenderla anche con le armi!

Paolo, classe 1942

Sono di famiglia Istriana, più esattamente la mia famiglia abitava a Carigador, vicino a Daila tra Umago e Cittanova, in riva al mare. Mia madre era di Bologna.  Mio padre assieme a mia madre ed io, fuggimmo nel giugno del 1945 dall’Istria titina attraversando l’adriatico su una barca a vela di 4 metri. Fu una decisione che gli salvò la vita. (la grave colpa di mio padre era quella di essere il maestro italiano del paese) Fortunatamente noi avevamo un appartamento a Trieste e non ho conosciuto gli orrori dei campi profughi. Di più, i miei genitori, entrambi insegnanti, non ebbero difficoltà a trovare un lavoro. Sono cresciuto con grande amore per il mio paese, e nel culto dell’italianità. Ho fatto il liceo scientifico, e poi la facoltà di ingegneria (aurea mediocritas – forse dedicavo troppo poco tempo allo studio!). Dopo un breve periodo presso un’impresa che faceva lavori subacquei sono entrato nel Comune di Trieste dove nel ’94 sono stato promosso dal sindaco Jlly, ingegnere capo. Per inciso devo dare merito a quel sindaco, forse caso unico tra i politici, di aver promosso per merito e non per appartenenza politica. Sapeva benissimo infatti della mia partecipazione allo Stay-Behind, e quindi che il mio cuore non pulsava a sinistra. Quale interesse professionale ho approfondito la tecnica delle fognature, tanto che sono autore di tre libri di successo nel campo. Nel 1976 mi sono sposato con una ragazza Tirolese (Austriaca) e nel 1978 ho aderito all’organizzazione. Ho avuto due figli, molto più bravi di me negli studi e di cui sono molto fiero. Ora sono in pensione, abito a Muggia in una villetta che si affaccia sull’omonimo golfo. Mi dedico alle mia grandi passioni: La barca, il giardino e l’orto.

Qual era lo scopo dell’organizzazione Stay- Behind?  Esperienze maturate durante la seconda guerra mondiale avevano dimostrato che laddove la resistenza era sorta spontanea, non organizzata ebbe vita breve. È ciò che successe in molti casi, specie in Francia.  Le varie reti, formatesi spontaneamente e costituite spesso da più gruppi di amici non avevano alcuna compartimentazione tra i vari membri. La cattura di uno solo di questi portava all’individuazione dell’intero gruppo e spesso dell’intera rete. Una delle prime cose che ci fu insegnata ai campi di addestramento fu come realizzare la compartimentazione. Questa doveva essere applicata tra i vari gruppi e tra i vertici e la base in maniera rigorosa, assoluta.  Chiunque fosse venuto in contatto con noi, fosse un pilota amico abbattuto o altra persona da esfiltrare non doveva essere in grado, se catturato, di risalire a noi. Quando la persona da esfiltrare doveva passare da una rete all’altra, vi era tutta una procedura affinché i membri delle due reti non venissero a contatto.

Ogni comunicazione tra i gruppi doveva avvenire tramite messaggi che uno depositava, in luoghi convenuti, detti serbatoi, e l’altro raccoglieva tempo dopo, come detto, per ragioni di sicurezza, i due non dovevano mai venire a contatto diretto. La rete era costituita dal “caporete” e dai suoi collaboratori immediati, tra cinque e dieci. Dal caporete dipendeva l’operatore radio, che nessun altro nella rete conosceva, tranne appunto il caporete. Tramite la radio la rete poteva essere messa in contatto con la centrale che sarebbe stata in “zona libera”, quindi anche a grande distanza. Tutti fummo addestrati comunque all’uso di queste radio, ad usare i codici, a decrittare i messaggi. Ci fu raccomandato, in caso di perdita di ogni contatto, di non agire autonomamente colpendo i militari nemici. Avremmo scatenato inutili rappresaglie che avrebbero addirittura potuto alienarci la simpatia popolare. Saremmo stati in qualche modo ricontattati.

La “base” sarebbe stata reclutata solo ad occupazione avvenuta da parte del nemico. Era nostro compito comunque individuare, già nel tempo di pace, persone che per sentimenti patriottici avrebbero potuto aiutarci nella malaugurata ipotesi di una occupazione militare nemica. Alcuni, per lo più giovani, li individuammo, a loro insaputa, come più idonei ad azioni di guerriglia o di sabotaggio, ma la maggior parte anche anziani sarebbero stati impiegati solo nella raccolta di informazioni, altrettanto utile.

Ci esercitammo tra di noi a comunicare tramite messaggi scritti e serbatoi.  Decidemmo di scriverli su una pagina della “settimana enigmistica” quella che portava le parole crociate a schema libero. Il ritrovamento casuale del foglietto sarebbe passato inosservato ai più. Usammo comunque un codice nostro, per cui i messaggi non erano scritti in chiaro. Potevano però essere decifrati con facilità da chiunque ne conoscesse la chiave.

Giunti al campo di addestramento ci furono spiegate le finalità ed i motivi dell’organizzazione. A quel punto se uno non se la sentiva di continuare poteva tranquillamente rinunciare senza problemi. Non rinunciò nessuno, della decina che eravamo. Ci fu chiaramente detto che l’organizzazione non aveva assolutamente connotazioni politiche ma era voluta dallo stato maggiore dell’esercito, ed era presente in tutti i paesi della N.A.T.O.,  e, che della sua esistenza tutti i presidenti del consiglio erano stati informati. Si sarebbe attivata esclusivamente in caso di occupazione militare da parte di un nemico. Quale potesse essere il nemico era chiaro a tutti, ma noi nei nostri corsi continuammo a chiamarlo “opposizione attiva!”

Si è spesso scritto sulla stampa che eravamo un’organizzazione “anticomunista”. Questo non corrisponde al vero, nulla di ideologico ci è mai stato insegnato. Ci fu chi chiese agli istruttori, ai corsi in Sardegna, se tra di noi ci fossero stati anche dei Comunisti. La risposta fu sincera: “No. In caso di occupazione da parte delle truppe del patto di Varsavia, questi potevano essere non affidabili.” Molti giornali hanno scritto che eravamo anticomunisti. Questo non è vero. Debbo dire che ai corsi fu posta da uno di noi la questione: “Se i comunisti fossero andati al potere legalmente, che ne sarebbe stato di noi?” La risposta fu che se i comunisti fossero andati legalmente al potere l’organizzazione sarebbe stata posta “in sonno” e se l’Italia fosse uscita dalla NATO disciolta, con distruzione dei nostri fascicoli.

L’organizzazione si divideva in tre branche: EE – evasion and esfiltration – sabotaggio e guerriglia – propaganda

Io facevo parte del primo gruppo, ed i compiti di questo gruppo EE erano chiari. Supporto a commando alleati. Recupero di piloti abbattuti nel territorio occupato. Operazioni di esfiltrazione di personaggi politici importanti o di membri della nostra o di altre reti “bruciati”. Raccolta di informazioni.  Collegamenti radio con i comandi in territorio libero. Ci fu chiarita l’importanza dei piloti. In tempo di guerra una divisione corazzata può essere preparata in tre mesi, per fare un pilota da caccia ci vogliono 5 anni! Ci fu chiaramente detto che in caso di cattura da parte del nemico saremmo stati, nel migliore dei casi, fucilati.

La situazione di uno scenario di guerra che i nostri strateghi (NATO) prevedevano era un’invasione da parte delle truppe del patto di Varsavia proveniente dall’Ungheria attraverso la Slovenia verso Gorizia. Strategicamente chi difende si pone generalmente in posizioni elevate cosicché il nemico per investire le difese è costretto ad attraversare la pianura dove è più vulnerabile. La situazione che si presentava sulla soglia di Gorizia era invece tutta all’opposto. Noi occupavamo i piedi delle prime colline o la pianura e l’ipotetico invasore avrebbe avuto alle spalle i monti. L’ideale sarebbe stato al primo verificarsi dell’entrata delle truppe del patto di Varsavia in Slovenia occupare noi Postumia e dintorni così da ribaltare la situazione. Il timore dei nostri strateghi era che se si fosse compiuta tale azione i filosovietici Jugoslavi avrebbero gridato che eravamo noi l’invasore ed il patto di Varsavia veniva in loro soccorso. Un simile equivoco non era accettabile. Le nostre difese sarebbero state così allestite sul Tagliamento, (pianura per tutti!) e solo un’esile lenea difensiva, destinata ad essere travolta in pochi giorni avrebbe resistito a Gorizia, così da dar modo alle difese di attestarsi sul Tagliamento. Si dava per scontato che il Friuli e la Venezia Giulia sarebbero state occupate dal nemico nei primi giorni di guerra. Ecco perché il reclutamento per lo stay-behind era più consistente a Nord-Est.

Il motivo che mi ha spinto ad aderire all’organizzazione risale, per quanto possa sembrare strano, alla mia infanzia, nei primi anni ’50 i miei nonni lasciarono definitivamente l’Istria (esuli) e vennero a Trieste. Mio padre ed io ci recammo ad attenderli al confine. Mentre attendevamo il loro arrivo, giunse dall’ex zona B, un carro, tirato da due buoi, con una famigliola a bordo ed alcune masserizie. Mostrati i documenti alla “polizia civile” che presidiava il confine, fecero pochi metri e si trovarono sotto ad una bandiera italiana, l’unica, posta davanti ad una stanzetta della lega nazionale, se non erro. Il capofamiglia fece scendere tutti dal carro, si tolsero i berretti, si fecero il segno della croce e scoppiarono a piangere. Io fui molto turbato da quella scena e ne chiesi ragione a mio padre, che per sommi capi mi spiegò l’esodo e le sue ragioni. Nella ingenuità di ragazzo chiesi ancora a mio padre: “Perché questi non hanno preso un fucile e si sono difesi?” Mio padre mi spiegò che quello non era certo il momento. Decisi allora che se un domani la questione si fosse ripetuta, (costi quello che costi), non me ne sarei rimasto con le mani in mano. Quando dunque mi fu proposto di aderire ad un’organizzazione per la difesa del mio paese accettai senza esitazioni. Tengo a precisare, poiché vari giornali hanno riportato notizie assolutamente false in proposito, che la partecipazione da parte di tutti noi è stata volontaria dettata solo da motivi ideali, priva di alcun compenso. Ci sono state rimborsate esclusivamente le spese vive di viaggio. Mi rendo purtroppo conto che in un paese dove la corruzione e l’avidità dilagano in maniera devastante credere che ci fossero dei cittadini animati dall’ ideale di patria e di libertà, non è facile da accettare supinamente.

Più o meno una volta o due all’anno tenevamo una esercitazione. Questa simulava in genere l’accogliere nel territorio occupato, dei commando, supportarli, nasconderli e agevolarli in azioni di sabotaggio del nemico. A esercitazione finita questi venivano interrogati (naturalmente non sotto tortura) per verificare se erano in grado in qualche maniera di dare informazioni utili tali da poter risalire a noi, se “torchiati” dal nemico. Ciò avrebbe consentito l’annientamento della rete. L’obiettivo primo della rete era la sua sicurezza. Ne facemmo parecchie. I commando venivano ospitati in “case sicure”, in grotte o locali abbandonati. Uno di noi portava loro una volta al giorno del cibo. Venivano accompagnati a vedere l’obiettivo e riaccompagnati là il giorno in cui si simulava l’operazione.  Poi si procedeva al loro reimbarco. Le esercitazioni avevano lo scopo di mettere in luce ogni carenza. E furono utili! In un caso mentre su una spiaggia del litorale facevamo le opportune segnalazioni luminose per lo sbarco, alcuni gitanti fecero una grigliata nei paraggi. I fuochi confusero non poco i commando al largo, che stentarono a riconoscere la zona dello sbarco.  Un’altra volta uno di noi si slogò una caviglia ed ebbe serie difficoltà ad allontanarsi dal punto di sbarco. In quel momento era solo. Imparammo così che conveniva operare sempre in coppia. In un’altra occasione fu portato del cibo ai commando nascosti in un bosco con la carta della pizzeria su cui vi era nome cognome ed indirizzo…. ed era sotto casa di uno di noi. Ma sono proprio gli errori che insegnano. Altre cose le imparammo: Di notte sdraiati, immobili, vicini ad un binario ferroviario non si è visibili dal macchinista neanche se vestiti di rosso! Le esercitazioni simulavano di volta in volta scenari diversi. In un caso la situazione ipotizzava uno sbarco amico imminente. Bisognava interrompere le linee di rifornimento ferroviarie del nemico. In questo scenario generale veniva intercalata nel bel mezzo una difficoltà improvvisa.  Per esempio si ipotizzava che nel materiale a disposizione mancassero i detonatori. Bisognava provvedere con mezzi di fortuna. Il più esperto in esplosivi, del commando ospite, tracciò con noi i disegni di un dispositivo, che in maniera artigianale e con mezzi di fortuna fu realizzato. Ad esercitazione finita fummo promossi a pieni voti!  Altre volte l’esercitazione consisteva nello sbarcare infiltrati nel porto di Trieste oppure ai cantieri di Monfalcone per raccogliere notizie. Per ricuperare quelli sbarcati al porto fu sufficiente aspettarli all’uscita.  Per quelli ai cantieri fu necessario ricuperarli dopo un po’ di tempo. Nessuno ebbe mai sentore di nulla. Ci fu chiesto di preparare anche un’piano per sabotare la SIOT (TAL – Transalpine Oil Laitung). Facemmo un piano giudicato più che interessante, avrebbe colto tutti di sorpresa, assai più incisivo di quello preparato dai militari di professione, ma fu giudicato troppo pericoloso per una esercitazione. Venimmo a contatto con “commando” americani, francesi, belgi ed italiani. (mai tedeschi). Imparammo, come ho avuto modo di spiegare sopra, molte cose. Nelle esercitazioni notturne devi evitare la vicinanza di case coi cani che altrimenti fanno un pandemonio. Quando trasporti i commando con un’auto devi farli salire e scendere senza che possano vedere la targa del veicolo ecc.ecc.

Eravamo un’organizzazione ben addestrata, determinata, preparata e motivata; fortunatamente non ci siamo mai dovuti attivare! Meglio così! Si è molto parlato di noi, per lo più a sproposito. Per quanto sprovveduto io possa essere non ho mai avuto dubbi a cosa ci preparavamo quale era lo scopo della organizzazione o delle nostre esercitazioni. Non ho mai visto, se si escludono i corsi di addestramento in Sardegna, armi od esplosivi. Mai la politica è entrata tra di noi, anche se ciascuno aveva le sue idee. Non vi erano tra di noi estremisti, né di destra né di sinistra, nè fanatici di altro tipo, eravamo per lo più gente che aveva ancora a cuore i vecchi ideali di: “Dio, Patria e famiglia”. Siamo rimasti profondamente delusi dall’ingratitudine del paese: avevamo sacrificato una settimana di ferie all’anno, (e questo non è molto, ne convengo) ma su cosa rischiassimo se catturati dal nemico invasore non credo di doverlo doviziosamente illustrare. Siamo stati invece presentati non come patrioti ma come eversori, terroristi, nemici del paese e della democrazia. Siamo stati associati alla P2, alle stragi di piazza Fontana e dell’Italicus, e chi più ne ha, più ne metta. Ciò deve far riflettere su come operi la stampa nel nostro paese.  In questo clima di caccia alle streghe un fatto ci è stato di vero conforto. Moltissimi amici e non, (pubblicati i nomi dei membri dello Stay-behind) ci hanno fermato, anche per strada, per dirci anche se in forme, le più diverse, la stessa cosa: “In caso di necessità, sapevi che potevi contare su di me?”. E sono stati molti di più di quanti ci si potesse aspettare.

Sciolta l’organizzazione fummo interrogati a lungo da un commissario di PS (donna), di cui ricordo ancora il cognome: Stradiotto. Era molto interessata alle armi che, per sua sfortuna, come ho detto, non avevo mai visto fuori dal campo di addestramento. Finito l’interrogatorio un certo Pinelli ed io fummo avvicinati da un giornalista che con assillanti domande sperava di dimostrare che Stay-behind era un’organizzazione sovversiva. Le risposte che ne ebbe lo delusero moltissimo. Seccato da ciò concluse: “E’ vero, come si dice, che vivete nel terrore di essere interrogati dal giudice Casson?”

Gli rispose Pinelli: “Vede nella nostra vita avevamo messo in conto la possibilità di finire nelle mani del KGB, e di non uscirne vivi! Si figuri Lei la paura che ci fa il giudice Casson!”

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