La grande guerra in una prospettiva globale di lunga durata di Virgilio Ilari

Sette anni fa, all’inizio delle celebrazioni del Centenario della Grande Guerra, la rivista Limes, diretta da Lucio Caracciolo, dette un importante contributo alla riflessione storica con una lettura geopolitica, in cui l’esito finale fu la «fine dei grandi imperi» continentali (asburgico, zarista, ottomano) e la causa remota delle crisi e dei conflitti attuali, «ereditati» non solo dagli Stati successori dell’Est Europa e del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) ma dallo stesso sistema internazionale[1]

Pur restando sostanzialmente eurocentrico e non considerando che il 1914 segnò la fine pure dell’impero britannico[2], l’orizzonte storico di Limes è già un enorme salto di qualità rispetto all’ottica candidamente autoreferenziale che ha permeato la «public history» del Centenario, emblematizzata dalla rievocazione del 16 aprile 2014 al Parlamento Europeo, alla quale furono invitati esclusivamente storici dei paesi dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Italia) e dirimpettai (Germania, Austria e Ungheria), ignorando non solo i loro imperi oltremarini e i minori belligeranti europei, ma pure Russia, Turchia, Giappone, Cina e Stati Uniti.


[1] «2014-1914 La fine dei grandi imperi», Limes, maggio 2014. Per essere precisi Limes includeva pure l’impero tedesco, ma per un abbaglio formalistico, perché la perdita delle Colonie e le amputazioni territoriali non mettevano in questione l’identità del Reich. E considerazioni analoghe si potrebbero fare per la Russia zarista, storicamente ‘continuata’ dall’Unione Sovietica. 

[2] Enrico Dal Lago, Róisin Healy and Gearóid Barry (Eds.), 1916 in Global Context: An anti-Imperial moment, Routledge, 2017.

Per leggere l’articolo completo e le altre news aderisci all’associazione Stay Behind.

Archivio notizie