CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    22/04/92                       Comm Stragi presenta relazione finale al Parlamento
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

X LEGISLATURA - Doc. XXIII  - n. 51

CAMERA DEI DEPUTATI

 

RELAZIONE SULL'INCHIESTA CONDOTTA SULLE VICENDE
CONNESSE ALL'OPERAZIONE GLADIO

 

CAPITOLO 3

LA STORIA DI GLADIO

3.2 1959 e 1964: l'«ambito NATO».

Dopo il rifiuto opposto nel 1952, il problema dell'ingresso nel CPC fu nuovamente affrontato dal SIFAR allorché pervenne, il 2 marzo 1959, un invito formale da parte del colonnello Rarnier, rappresentante del servizio francese e presidente di turno.

Il 27 aprile dello stesso anno il capo del SIFAR, generale Giovanni De Lorenzo, decise di accettare e nominò il colonnello Fettarappa Sandri rappresentante italiano nel CPC. Il 19 maggio 1959 l’Italia, per la prima volta, partecipò ad una riunione del CPC come membro associato.

Il comitato aveva nel frattempo cambiato statuto e nome (divenendo il Coordination and Planning Committee), e i suoi compiti erano stati ripensati in funzione della costituzione di un secondo comitato, l'Allied Clandestine Committee (ACC), nato nel 1958 per iniziativa del SACEUR e dello stesso CP'C, con la partecipazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

L'adesione italiana a questo secondo organismo interalleato avvenne soltanto il 15 aprile 1964, quando il capo del SIFAR, generale Egidio Viggiani, rispose affermativamente all'invito rivolto al servizio italiano dal generale tedesco Wendland, presidente di turno. L'ingresso dell'Italia seguì di poco quello della Germania Occidentale.

L'ACC, dai documenti, risulta come emanazione del CPC al fine di affrontare i problemi di collaborazione tra i diversi paesi NATO in materia di funzionamento delle rispettive reti di evasione e fuga, nonché gli aspetti relativi alla gestione delle basi di comando comune (quella fissa di Idlewood in Gran Bretagna e quella mobile indicata con il nome di Keylock).

La necessità dell' ACC nacque nel momento in cui la strategia militare della NATO cominciò a contemplare la possibilità di operare nel teatro europeo anche mediante forze e metodi di combattimento

La dottrina della «guerra non ortodossa» (Unorthodox Warfare) si inquadrava all'interno di uno scenario in cui veniva ipotizzato, dato lo squilibrio tra i contingenti militari schierati sui due opposti fronti, che le forze del Patto di Varsavia potessero invadere uno o più paesi europei aderenti alla Alleanza Atlantica.

Dinanzi a tale eventualità, la strategia NATO prevedeva che il terreno ad una risposta militare di tipo convenzionale dovesse essere preparato attraverso due forme di azione tra loro coordinate: le unconventional military operations (UMO) e le operations by clandestine services (OCS, a loro volta suddivise in OCI, «operazioni di informazione clandestina», e OCA, «operazioni di azione Clandestina», ovvero guerriglia e sabotaggio).

Mentre il primo tipo di operazioni rientrava nell'ambito delle attività affidate alle forze militari, sia pure condotte da reparti speciali, il secondo tipo di azioni (OCS) competeva esclusivamente ai servizi clandestini nazionali, in quanto operanti nell'ambito dei territori occupati dal nemico e dunque soggetti all'autorità dei comandi nazionali.

In tale quadro, lo SHAPE disponeva che le operazioni condotte da forze militari «non ortodosse» si adeguassero alle direttive emanate dal SACEUR, riservando co al comando alleato in Europa la direzione strategica delle UMO effettuate da reparti militari precettati per l'assegnazione allo SHAPE.

Diversamente, nel campo delle OCS, SHAPE ribadiva la competenza delle singole autorità nazionali, fatta salva naturalmente la necessità di un coordinamento per evitare dispersione di energie e conflitto di attività.

Quel che dunque all'origine del CPC era ancora indistinto, con il passare degli anni venne differenziandosi rendendo necessaria una diversa strutturazione degli organismi di coordinamento.

Al CPC restò, in tempo di pace, una responsabilità di ordine generale nel pianificare le esigenze operative della guerra non ortodossa e nel trasmettere ai comandi nazionali le richieste del comando alleato per il supporto non convenzionale alle proprie attività belliche; in tempo di guerra, il CPC avrebbe dovuto cedere il posto a quattro «gruppi di coordinamento e consultazioni alleati» (ACCG), i quali, affiancati ai comandi NATO di massimo livello (SHAPE, AFNORTH, AFCENT, AFSOUTH) costituivano gli organi di collegamento tra comandi militari e servizi clandestini.

All'ACC vennero invece trasferiti, sia in pace che in guerra, tutti i compiti relativi alla pianificazione ed al coordinamento delle operazioni clandestine effettuate dai Servizi sotto esclusivo comando nazionale.

Per il principio della non interferenza nell'ambito delle attività pianificate dai servizi clandestini nazionali, tale ripartizione di compiti ebbe come conseguenza una suddivisione geografica dei rispettivi ruoli: il CPC venne riconosciuto competente per le attività richieste dallo SHAPE nei confronti dei paesi del Patto di Varsavia, mentre all'ACC spettarono i preparativi per la difesa interna, dei singoli territori NATO (un ambito entro il quale ciascuna nazione-membro, pur agendo in consultazione con gli altri membri, manteneva il controllo e l'autonomia delle proprie risorse stay-behind).

Questa complessa articolazione, alla cui ideazione il CPC aveva direttamente contribuito, trovò il suo punto di riferimento nelle «direttive SACEUR per la guerra non ortodossa», diramate nel 1968 agli alti comandi NATO e ai servizi clandestini nazionali (si veda allegato 5).

Il valore attribuito a queste direttive mutava ovviamente a seconda dell'interlocutore. Mentre infatti per i comandi militari NATO esse rappresentavano delle prescrizioni vincolanti, per i servizi clandestini assumevano invece il significato di una indicazione guida, rimessa alle singole responsabilità nazionali.

Questo stato di cose ci riporta dunque al punto da cui siamo partiti: CPC e ACC furono entrambi creati come organismi ideati per porre i comandi NATO in condizione di interagire con soggetti che, pur restando sotto il comando delle autorità nazionali, dovevano costituire un elemento centrale della strategia militare fondata sulla risposta «non ortodossa».

Entrambi questi comitati, pur svolgendo un ruolo concepito esclusivamente in funzione della strategia elaborata dai comandi NATO, non potevano pertanto dirsi parte integrante dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico. A questa stessa conclusione sono peraltro pervenute anche le autorità tedesche nel documento, trasmesso nel 1990 alla Presidenza della Repubblica Italiana, sulla rete stay-behind attiva in Germania Federale (si veda allegato 6).

Che CPC e ACC non fossero tout court NATO, ma fossero organismi che servivano da «collegamento» tra strutture NATO e strutture nazionali, i servizi italiani ne erano stati sempre consapevoli.

I! 20 gennaio 1970, in occasione del cambio del. capo di Stato Maggiore della Difesa, i vertici del SID, nell'informare il nuovo comandante dell'esistenza delle reti clandestine, si espressero in questi termini: «dette organizzazioni "alle spalle del nemico" hanno assunto la denominazione generica stay-behind e si è ricercato il coordinamento negli studi e nella pianificazione. attraverso la costituzione di alcuni "comitati" internazionali i quali, pur non facendo parte integrante della NATO, mantengono contatti di collaborazione sia, con SHAPE che con i maggiori comandi subordinati (AFSOUTH, per quanto di interesse italiano».

Questo modo di essere «ufficiosamente NATO» ha ingenerato non poche perplessità allorquando, nel 1990, si è venuti a conoscenza dell'operazione Gladio. Le perplessità si sono rinnovate dinanzi alla scelta del Presidente del Consiglio di negare l'accesso alla documentazione CPC-ACC, in quanto inviolabile a norma dell'articolo 7 della
Con
venzione di Ottawa. E non sono venute meno neppure quando, il 19 dicembre 1991, sempre il Presidente del Consiglio ha deciso di «liberalizzare» soltanto i documenti dell'ACC, mantenendo l'inviolabilità di quelli del CPC.

Il presunto rapporto di dipendenza dalla NATO è infatti apparso troppo sfumato ed indiretto per riuscire a rendere di per se ragione della legittimità della rete italiana anti-invasione, tanto più che le date di ingresso dell'Italia nei due comitati (1959 per il CPC; 1964 per l'ACC), come abbiamo già rilevato, sono di molti anni successive all'avvio dell'operazione Gladio da parte del SIFAR.