CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    22/04/92                       Comm Stragi presenta relazione finale al Parlamento
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

X LEGISLATURA - Doc. XXIII  - n. 51

CAMERA DEI DEPUTATI

 

RELAZIONE SULL'INCHIESTA CONDOTTA SULLE VICENDE
CONNESSE ALL'OPERAZIONE GLADIO

 

NOTA INTEGRATIVA PRESENTATA DAL DEPUTATO ZAMBERLETII
E DAI SENATORI BOSCO, GRAZIANI E LEONARDI

 

La pubblicazione, disposta dal Governo nel luglio del 1990, degli atti relativi alla «Operazione Gladio» ha dato occasione ad un maldestro tentativo di trasformare, secondo una collaudata regia, il desiderio più che giusto e comprensibile di conoscere, in un processo che vedeva sul banco degli imputati tutti i Governi che si sono succeduti dal 1948 alla guida del Paese, quasi come se essi non fossero legittima espressione di maggioranze parlamentari democraticamente formatesi sulla base dei risultati di regolari consultazioni elettorali, ma frutto di trame oscure,
degli usurpatori di
un potere che altrimenti sarebbe stato di altri.

E la ricerca puntigliosa e ossessiva di far coincidere verità immaginate con la realtà dei fatti ha portato allo scoperto l'obiettivo che, forse anche inconsciamente, si perseguiva: una sottile e ingenua rivalsa verso quella parte politica che con determinazione e lungimiranza sottoscrisse il Trattato Nord Atlantico nel lontano 1949 e al quale si
deve fare riferimento se si vuo
le chiarire la natura della "Operazione Gladio» e comprenderne compiutamente il ruolo.

* * *

1) L'8 ottobre 1951 il direttore del SIFAR inviò al Capo di Stato Maggiore della Difesa - dal quale il SIFAR direttamente dipendeva - un pro-memoria intitolato "Organizzazione informativa-operativa nel territorio nazionale suscettibile di occupazione nemica». Nel pro-memoria si sottolineava la necessità che, in caso di occupazione del territorio nazionale, fosse immediatamente attivabile una rete di resistenza capace di fornire informazioni, sabotare gli impianti dell'occupante e fornire assistenza e «vie di fuga» ai militari rimasti dietro le linee nemiche.

Attesa la situazione internazionale e nella considerazione che reti di resistenza del genere risultavano già organizzate in Francia, in Olanda e in Belgio, poi estese alla Danimarca e alla Norvegia nonché ai territori tedeschi e austriaci sottoposti al controllo degli .Alleati, si ritenne opportuno, anzi doveroso, che nel nostro Paese si provvedesse a rinforzare le strutture difensive dando anche vita a una similare organizzazione clandestina destinata ad operare nel caso di occupazione del territorio nazionale da parte del nemico.

All'inizio, per creare tale rete di resistenza si ottenne il sostegno dell'Intelligence Service britannico, successivamente, si optò per il servizio americano, la CIA, che mostrava di avere un'ampia disponibilità di mezzi, anche finanziari e che, quindi, più facilmente poteva venire incontro alle nostre esigenze in quanto il Ministero della difesa aveva scarse possibilità di sostenere la nuova iniziativa. Mentre la struttura era in fase di. avanzata costituzione, venne conclusa in data 26 novembre 1956 dal SIFAR e dall'omologo servizio americano un'intesa relativa «alla organizzazione ed alla attuazione della rete clandestina post-occupazione», comunemente denominata «stay behind»,

L'accordo intervenne in effetti quando già da un paio di anni i due servizi avevano stabilito i lineamenti generali dell'operazione ed erano state predisposte le prime strutture organizzative.

L'«Operazione Gladio» emerse la prima volta con questo nome nell'incontro del 18 ottobre 1956 tra i rappresentanti dei due servizi.

Nel 1959 l'Italia fu chiamata a partecipare - su richiesta della Francia - ai lavori del CPC (Clandestine Planning Committee), operante nell'ambito dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe).

Tale Comitato aveva il compito di studiare la condotta dell'attività informativo-offensiva in caso di guerra, con particolare riferimento ai territori di possibile occupazione da parte del nemico; nel Comitato erano già rappresentati gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Francia, la Germania ed altri Paesi della NATO. Successivamente, nel 1964, il nostro Servizio informazioni venne invitato ad entrare nell'ACC (Allied Clandestine Committee), organismo destinato a studiare e risolvere i problemi di collaborazione tra i diversi Paesi. Di questo Comitato facevano parte Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania Occidentale.

Sugli ulteriori sviluppi della vicenda si fa rinvio alla Relazione del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato sulla «Operazione Gladio», comunicata alle Presidenze delle Camere il 4 marzo corrente anno, ove tali sviluppi sono dettagliatamente e compiutamente esposti. Qui, invece, preme soffermarsi sugli aspetti relativi alla legittimità:

a) dell'operazione diretta a creare una rete clandestina di resistenza;

b) dell' Accordo in data 26 novembre 1956 con particolare riferimento agli articoli 3, 4, 9 del Trattato del Nord Atlantico;

c) dell'Accordo di cui trattasi con riferimento agli articoli 80, 72, quarto comma, punto 3 e87, ottavo comma della Costituzione.

2) Nella relazione della maggioranza (II Commissione permanente della Camera dei deputati) in data 9 aprile 1949 sul disegno di legge avente per oggetto «Ratifica ed esecuzione del Trattato del Nord Atlantico firmato a Washington il 4 aprile 1949», relatore l'onorevole Ambrosini, analizzando il contenuto del trattato, si sottolinea che
mentre gli articoli 1 e 2 dettano norme dirette a stabilire le condizioni più adeguate a mantenere la pace (regolare ogni controversia internazionale ... in modo tale che la pace e la sicurezza ... non siano in pericolo ... astenersi... di ricorrere alla forza ... ) gli articoli 3, 4 e 5 dettano norme «dirette a preservare le Parti da minacce ed attacchi armati e a metterle in grado di difendersi per respingere l'aggressione».

L'articolo 3 del Trattato riguarda, in particolare, le misure che le parti debbono prendere nella previsione generica della eventualità di un attacco armato contro alcune di esse: «agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno la loro capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato».

Viene così affermato il principio dell'autodifesa e del mutuo aiuto e si afferma anche «l'obbligo per le parti di sviluppare all'uopo i propri mezzi per essere in grado di difendersi e di prestare aiuto agli altri».

L'articolo 3 non specifica in che misura ciascuna parte deve provvedere «a sviluppare i propri mezzi» per mantenere ed accrescere «la propria capacità» di resistenza ad un attacco armato. «La determinazione di quest'obbligo dipenderà ... da un insieme di fattori naturalmente diversi per le varie parti»

Mentre da un lato, quindi, si crea un obbligo per ciascuna delle parti contraenti di provvedere alla difesa, dall'altro ogni Stato è libero di prepararsi «come meglio potrà in base alla sua situazione speciale». E non vi è indicato nell'articolo alcun obbligo specifico riguardo al tempo, alla natura ed alla misura dell'assistenza che deve essere data da ciascuno Stato.

Una libertà di valutazione dei fatti e di decisione che - si badi bene - compete ad ogni Stato nell'applicazione di tutti gli articoli del Patto e che viene enunciato d'altra parte proprio in quell'articolo che è stato riguardato come «il cuore del Patto» cioè nell'articolo 5 laddove esso, affermando l'obbligo del mutuo aiuto in caso di attacco armato, dice che ogni parte assisterà l'altra o le altre parti attaccate «by taking ... such action as it deems necessary» cioè « ... agendo ... allorché ... si ritenga necessario». E non vi è chi non veda quale sia l'importanza e la portata di tale libertà di valutazione e di decisione per la salvaguardia della sovranità dei singoli Stati.

3) Ora oggetto dell'accordo intervenuto tra i servizi di informazione italiano e statunitense è la «collaborazione nell'organizzazione, nell'addestramento e nell'attività operativa del complesso clandestino post-occupaziorie italo-statunitense, progettato per entrare in attività nel caso di occupazione del territorio italiano da una aggressione nemica diretta contro la sicurezza delle potenze NATO».

In altri termini, il predetto «complesso clandestino italo-statunitense», preventivamente organizzato ed addestrato, era destinato ad entrare in azione nell'ipotesi che, in connessione con un attacco nemico rivolto contro la sicurezza delle «potenze» appartenenti alla NATO,venisse occupato il territorio dell'Italia.

All'interrogativo se la peculiare fattispecie e la specifica finalità dell'Accordo stay behind siano sostanzialmente riconducibili all'interno di quelle più generali contemplate dall'articolo 3 del Trattato NATO si può rispondere senz'altro affermativamente, come, del resto, è messo in evidenza anche in un parere pro-veritate , che si trova agli atti della Commissione parlamentare, del professor Giuseppe Volpe (pag. 8).

Infatti la predisposizione di una rete clandestina destinata ad operare in un territorio occupato da potenze nemiche dei Paesi NATO costituisce oggettivamente una possibile misura preventiva per la resistenza contro l'eventualità di un attacco armato nemico e si iscrive nella finalità di potenziamento della capacità di resistere alle aggressioni di cui al citato articolo 3 del Trattato.

Siffatta oggettiva connessione - si legge ancora nel citato parere pro-veritate - non appare di per se inficiata né dal rilievo che l'Accordo non contiene alcun testuale riferimento al Trattato-NATO e tanto meno alla sua presunta norma-base (l'articolo 3) né dall'ulteriore rilievo che l'Accordo è intervenuto non già tra l'Italia e i Paesi riuniti nella NATO, bensì tra l'Italia e una singola «potenza» NATO, gli Stati Uniti d'America.

Il primo rilievo è in realtà meramente formale e pertanto superabile riflettendo sulla portata sostanziale delle finalità dell'Accordo, il secondo rilievo non regge alla considerazione che la formulazione dell'articolo 3 del Trattato nella sua intenzionale genericità consente alle parti, per le regioni prima ampiamente illustrate, di agire per la sua attuazione in modo variamente congiunto e persino in modo individuale.

4) E non si può sostenere l'estraneità dell'Accordo stay behind al Trattato del Nord Atlantico neppure invocando la disposizione dell'articolo 9 del Trattato medesimo, eccependo che essa espressamente riserva al Comitato di difesa, organo ausiliario del Consiglio NATO, di raccomandare le misure necessarie per l'applicazione degli articoli 3 e 5. La tesi, secondo la quale essendo stato stipulato l'Accordo in assenza di interventi da parte del suddetto Comitato di difesa la struttura Gladio e l'Accordo in discussione si porrebbero fuori dell'ambito della NATO, non ha fondamento alcuno.

La questione relativa ai poteri del Consiglio e del Comitato previsti dall'articolo 9 venne dibattuta a fondo in Parlamento in sede di discussione per la ratifica del Trattato e si trova ampiamente chiarita nella già citata relazione di maggioranza dell'8 luglio 1949, alla quale ancora una volta occorre fare riferimento .

L'articolo prevede la costituzione di organismi destinati a rendere agevole l'applicazione del patto: l'organismo principale è il Consiglio, composto dai rappresentanti di tutte le parti che «avrà la funzione di esaminare le questioni concernenti l'applicazione del Trattato». Spetta al Consiglio di istituire «gli organi sussidiari che risulteranno necessari; in particolare istituirà immediatamente un Comitato di difesa che raccomanderà le misure da adottare per l'applicazione degli articoli 3 e 5».  

L'articolo 9 si evidenzia nella Relazione, crea il Consiglio atlantico attribuendogli il compito di conoscere le questioni: ora il solo «compito di conoscere» non può concretizzarsi che in un potere consultivo, in un potere di fare raccomandazioni e non certamente in un potere di prendere deliberazioni impegnative per le Parti.

Il Consiglio e il Comitato di difesa hanno quindi compiti limitati: possono in pratica dare consigli perchè questo significa «fare raccomandazioni» - come del resto venne ribadito nel corso del dibattito in aula svoltosi nella seduta del 29 luglio 1949 -, consigli che sono certamente autorevoli per la fonte dalla quale provengono, ma sempre consigli restano e in quanto tali non possono essere ritenuti vincolanti.

Il potere di prendere deliberazioni e di scegliere l'azione e le misure concrete più adatte per l'applicazione del Patto e specialmente degli articoli 3, 4 e 5 di esso, è e resta nella competenza di ciascuna delle parti nel rigoroso rispetto della loro sovranità, conformemente a quel principio di libertà di valutazione e di decisione al quale è informata la
filosofia del Trattato.

L'Italia, quindi, ha agito per adempiere all'obbligo di provvedere alla propria difesa secondo lo spirito del Trattato e secondo la previsione dell'articolo 3 del Trattato medesimo, anche se tale obbligo trovava nel Trattato solo un ulteriore motivo di rafforzamento di un dovere che ha le sue radici profonde e autorevoli nella Costituzione repubblicana.

5) Tre anni dopo la stipulazione dell'accordo del 28 novembre 1956, in un appunto del giugno 1959 , il SIFAR, nel riferire al capo di Stato Maggiore della Difesa sui progressi fino a quel momento realizzati nella organizzazione della struttura ne riassumeva e ne precisava i compiti scrivendo che la rete stay behind era stata creata per il caso che si fosse determinata in Paesi della NATO una situazione di emergenza «ad opera di sovvertimenti interni o di forze militari di invasione».

Nel corso dell'animato dibattito che si è aperto intorno al caso Gladio e che ha visto avanzare anche il sospetto che sia stata possibile una utilizzazione della struttura ai fini di politica interna, la parola «sovvertimenti» ha dato ulteriore corpo a sospetti del genere.

Esula dal ristretto ambito di indagine di questa relazione la ricostruzione della storia di Gladio, che ha formato oggetto - come si è già detto in precedenza - di un 'ampia relazione del Comitato parlamentare per i servizi di informazione, ma anche ammettendo, per pura ipotesi, che si sia fatto un uso distorto della struttura, fatto almeno
finora non ancora dimostrato da nessuno, la causa di eventuali comportamenti non corretti non va in ogni caso cercata nei compiti istituzionali di Gladio, indicati nell'appunto suddetto.

Infatti l'articolo 4 del Trattato precisa che le «parti si consulteranno ogni volta che, nell'opinione di una di esse, l'integrità territoriale, l'indipendenza politica o la sicurezza» di uno degli Stati membri siano minacciate.

L'articolo impone alle parti l'obbligo di consultarsi nel caso in cui una di esse ritenga che ricorrano le condizioni sopraindicate, ma l'indicazione delle cause che possono far luogo a questo obbligo è volutamente generica in quanto deve prestarsi alla presa in considerazione di casi diversi, tra i quali particolare importanza assume quella relativa ai disordini interni, suscettibili di apportare una minaccia all'indipendenza del Paese. Quindi non un qualunque disordine, anche grave, ma quelli che, come si sostenne anche al Senato degli Stati Uniti nel dibattito per la ratifica del Trattato, siano deliberatamente preparati da potenze straniere o quanto meno siano incoraggiati o sostenuti da potenze straniere. Si tratta in modo evidente di ipotesi per le quali tutti  gli Stati, a prescindere dalla possibile ed eventuale solidarietà da parte di altri Paesi in forza di trattati, hanno il dovere di intervenire sia in fase
preventiva che in quella repressiva. Quindi non è certamente censurabile il riferimento contenuto nel citato appunto del giugno 1959, a eventuali situazioni di, emergenza «ad opera di sovvertimenti interni» che sono quelle cui implicitamente fa riferimento l'articolo 4 del Trattato e non ad altre possibili.

6) I servizi delle informazioni militari vennero riorganizzati con circolare del Ministro della difesa in data 30 marzo 1949 con la costituzione di un servizio centrale - Servizio informazione delle forze armate SIFA - posto alle dipendenze «dirette», come si evidenzia nella circolare, del capo di Stato Maggiore della Difesa, il quale a sua volta
dipendeva e dipende dal Ministro della difesa e fa parte, in qualità di membro, del Consiglio supremo della Difesa, istituito con legge 28
luglio 1950, n. 624.

Il collegamento tra SIFA (poi SIFAR) e capo di Stato Maggiore della Difesa non si concretizzava solo in un puro e semplice rapporto di dipendenza gerarchica in quanto al capo di Stato Maggiore della Difesa era stata attribuita una vera e propria sopraintendenza al Servizio, che aveva poi trovato apposita esplicitazione legislativa nella legge 18 novembre 1965, n. 1477, relativa all' ordinamento dello Stato Maggiore Difesa.

7) E al capo di Stato Maggiore della Difesa il direttore del SIFAR si rivolge l'8 ottobre del 1951 per proporre l'organizzazione di una struttura «di carattere clandestino ad ordinamento cellulare da restare ignota» nel territorio nazionale in caso di occupazione da parte nemica.

Nell'appunto oltre che all'offerta venuta dalla Gran Bretagna di provvedere, tra l'altro, alla istruzione del personale, offerta accolta nella prima fase di attuazione del progetto, si accenna anche all'offerta pervenuta dagli Stati Uniti di collaborare attivamente alla organizzazione della struttura «da restare ignota» e, nell'esprimere preferenza per tale ultima offerta, si precisa che nella riunione del comitato segreto (presieduto dallo stesso direttore del SIFAR), «al quale interverrà anche

il servizio americano ed eventualmente il Comando Sud Europa (quindi NATO) si progetterà la pianificazione geografica - operativa dei vari servizi dell'Italia settentrionale»; infine, si precisa che «d'accordo con il servizio statunitense sarà decisa la scelta del materiale, la sua provvista, il possibile contributo americano».

Quindi, collaborazione con gli Alleati, inizio dell'intesa operativa con gli Stati Uniti nel quadro più ampio della NATO, altrimenti non avrebbe senso il riferimento al «Comando Sud Europa». In calce all'appunto vi è la presa d'atto in data 12 ottobre successivo del capo di Stato Maggiore della Difesa e l'indicazione di provvedere ad informare il Ministro.

La collaborazione con gli Stati Uniti continuò negli anni successivi tanto che la CIA fornì i mezzi per poter procedere all'acquisto del terreno e poi alla costruzione della base di Capo Marargiu in Sardegna. A tale scopo venne costituita una società a responsabilità limitata, la «Torre Marina», della quale facevano parte il direttore del SIFAR, quale presidente, e alcuni suoi collaboratori. Di questi ulteriori passi non potevano non essere informati il capo di Stato Maggiore della Difesa e il Ministro della difesa, che, tra l'altro, nella circostanza, aveva dovuto dare una speciale autorizzazione per consentire agli ufficiali che avevano preso parte alla costituzione della società suddetta, una deroga alle norme sullo stato giuridico per quanto riguarda la costituzione di società e il possesso di quote azionarie.

Nello stesso periodo gli Stati Uniti fornirono l'aereo Argo 16 per le esigenze di carattere logistico dell'istituenda base in Sardegna. Questa sempre più stretta collaborazione fra il servizio americano e quello italiano portò poi alla «rielaborazione degli accordi» fra i due servizi in relazione alla organizzazione della rete clandestina e cioè al
noto accordo del 28 novembre 1956. Si tratta di un atto che meglio precisa i termini di un rapporto iniziato nel 1951 e del quale, come si è visto, erano al corrente almeno i ministri della difesa e i capi di Stato Maggiore dell'epoca. Nel 1957 parte del personale, che poi avrebbe dovuto operare nella base, si reca negli Stati Uniti per seguire un corso di istruzione (anche di questa missione doveva di necessità essere informato il ministro per autorizzarla).

L'accordo porta anche alla conclusione dei lavori di costruzione della base in Sardegna, che subito dopo viene visitata dal Ministro della difesa, senatore Taviani.

Piena conoscenza, dunque, dell'attività del SIFAR da parte dei Ministri e dei responsabili militari e poi del Ministro degli esteri, del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica, un fatto questo che trova autorevole conferma nella testimonianza del senatore Taviani, all'epoca proprio Ministro della difesa. Il coinvolgimento dei massimi vertici politici non fu puramente occasionale perchè venne, subito in evidenza la questione dell'eventuale ratifica parlamentare dell'accordo intervenuto tra la CIA e il SIFAR del 26 novembre 1956, un problema questo della ratifica parlamentare che era già emerso e risolto negativamente nel 1954 in occasione degli accordi sulle basi militari, in particolare di quella della Maddalena.

Sulla falsariga di quel precedente, si decise di non sottoporre l'Accordo al Parlamento.

8) Il problema concernente la necessità o meno della ratifica da parte del Parlamento, ai sensi dell'articolo 80 della Costituzione, dell'Accordo del 26 novembre 1956 è stato riproposto nuovamente nel corso delle recenti polemiche che sono seguite alla pubblicazione dei documenti relativi alla «Operazione Gladio». Nelle pagine che precedo-
no si sono ampiamente illustrate Ie ragioni che inducono a considerare la «Operazione Gladio» come atto di mera esecuzione di un trattato internazionale, il Trattato Nord Atlantico del 4 aprile 1949, approvato dal Parlamento con legge 1° agosto 1949.

Ma, anche se, solo per mera ipotesi, si vuoI ritenere l'Accordo stay behind estraneo al Trattato suddetto, la conclusione negativa rispetto al proposto problema della ratifica non cambierebbe sostanzialmente.

È noto che per l'articolo 80 della Costituzione sono soggetti a ratifica gli accordi internazionali:

a) di natura politica;

b) che prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari;

c) che importano variazioni di territorio;

d) che importano oneri finanziari;

e) che importano modificazioni di leggi.

Sicuramente sono da escludere per quanto riguarda l'Accordo in esame le ipotesi di cui alla lettera b) che tratta di arbitrati, di cui alla lettera c) in quanto la base in Sardegna è rimasta sotto la sovranità italiana; di cui alla lettera d) in quanto le spese per l'organizzazione della «rete» rientrano tra le spese ordinarie di bilancio e quelle straordinarie, come la costruzione della base in Sardegna e la fornitura di materiale, sono state in gran parte sostenute dagli Stati Uniti; di cui alla lettera e) in quanto l'accordo non ha implicato la necessità di apportare modificazioni alla legislazione vigente.

Resta la lettera a) e cioè i trattati di «natura politica». Anche se tra le cinque categorie indicate dall'articolo 80 questa in esame è l'unica che non risponde a criteri oggettivi di identificabilità, la dottrina (Mortati, Cassese) ha precisato che la categoria dei «trattati politici» comprende quelli che hanno una diretta e manifesta rilevanza per tutta la comunità o per il funzionamento dello Stato - apparato o, ancora, che comportino vincoli che incidono in maniera non trascurabile sulla politica estera della Repubblica.

Ora, sembra fuor di dubbio che nessuna delle ipotesi suaccennate sia riferibile all'Accordo stay behind. Si deve infatti rilevare che, anche se in ipotesi tale Accordo fosse estraneo al Trattato Nord Atlantico, nondimeno esso pur sempre si riferisce alla difesa dei valori che portarono l'Italia alla stipulazione del Trattato e non poteva quindi in
alcun modo a modificare la politica estera del nostro Paese ancorata in modo chiaro dal Parlamento alla difesa dell'Occidente proprio attraverso l'adesione al Trattato Nord Atlantico, della durata quanto meno ventennale.

9) La dottrina a lungo ha dibattuto il problema dei trattati internazionali in forma semplificata e sembra estranea all'economia della presente relazione un approfondimento della materia. Si tratta comunque di accordi sempre più frequenti che si caratterizzano per il fatto che vengono stipulati mediante la semplice firma, senza l'intervento del Capo dello Stato e del Parlamento (R. Monaco, Aspetti del sistema costituzionale, vol. IV, pago 156).

D'altra parte, la ratifica «non è indispensabile per l'obbligatorietà di qualsiasi trattato... così quando i trattati siano conclusi dai capi di governo, da ministri o dai capi dei grandi servizi amministrativi dello Stato e la ratifica non sia espressamente richiesta dal trattato medesimo (Nuov. Digesto, voI. XIX, pagg. 635 e seg.)». È di esempio l'accordo stipulato il 29 marzo 1976 fra il nostro Ministro di grazia e giustizia e il Dipartimento. della giustizia degli Stati Uniti relativo alla reciproca assistenza all'autorità giudiziaria o di polizia dei due Stati in ordine alle presunte attività commerciali illecite svolte in Italia dalla società Lokheed. Un accordo questo che comportava addirittura modificazioni della legislazione penale e che per renderlo applicabile fu necessario il ricorso ad una apposita legge, che il Parlamento approvò senza per questo procedere alla ratifica dell'accordo, cosa impossibile in quanto la stipula non era stata preventivamente autorizzata dal Parlamento medesimo, come prescrive l'articolo 87 della Costituzione (v. Corte Costituzionale sent. 295/1984).

Altri e numerosi accordi in forma semplificata sono stati stipulati nel corso degli anni tra ministri italiani e gli omologhi stranieri in materia di lotta alla droga prima che intervenisse la legge 5 novembre 1990 di ratifica della «Convenzione delle Nazioni Unite contro il traffico illecito di stupefacenti», che al paragrafo 9 ora esplicitamente autorizza

la stipulazione di accordi bilaterali o multilaterali al fine di rafforzare l'efficacia dell'azione dei singoli Stati nella materia di cui trattasi: Stati Uniti 3 ottobre 1984 - Spagna 3 giugno 1986 - Grecia 23 settembre 1986 e poi ancora con la Turchia, la Francia, l'Austria, Israele, il Marocco, l'Egitto ...

A parte il problema della lotta alla droga, per cui è intervenuta, come si è detto, l'autorizzazione legislativa, sono stati stipulati accordi per la lotta alla criminalità per i quali non è mai pervenuto alcun provvedimento legislativo autorizzativo, come quello intervenuto con gli Stati Uniti il 24 giugno 198, con la Tunisia il 3 ottobre 1988, con l'URSS il 23 aprile 1990, e poi con quasi tutti i paesi con i quali erano intervenuti accordi per la lotta alla droga, senza per questo mai sollevare problemi di legittimità o di natura politica.

* * *

Gladio non era «estraneo» dunque al Trattato NATO ed era «segreto» perchè, come tutti sanno, esistono anche i «segreti di Stato» necessari per la difesa del Paese, un segreto che lo Stato italiano ha condiviso giustamente anche con gli altri Stati, che erano e sono i nostri alleati. Ma c'è da chiedersi se Gladio era veramente un segreto, se cioè nessun altro, al di fuori di coloro che legittimamente ne erano a conoscenza, sapeva dell'esistenza di questa «rete clandestina».

A tale quesito si risponde che altri sapevano, forse anche nei particolari. È sufficiente a tale riguardo leggere le «Avvertenze» poste nella prima pagina del secondo volume di una pubblicazione edita nel 1982 (Il partito del Golpe) che si trova anche agli atti della Commissione parlamentare di inchiesta, ove è scritto che la CIA «aveva cominciato a creare, in tutti i Paesi dell'Europa occidentale, che avrebbero potuto essere probabili obiettivi di un attacco sovietico, quelle che nel gergo di mestiere venivano chiamate stay behind (testuale), infrastrutture clandestine di dirigenti e di rifornimenti già operati e pronte a entrare in azione come forze di spionaggio e di sabotaggio quando fosse venuto il momento».

Una fotografia perfetta di Gladio.

Resta da chiedersi allora, se tutto si sapeva e esistono altri elementi che rafforzano tale convincimento, quale sia stata la ragione che ha trasformato quella che poteva essere una serena indagine conoscitiva in un «caso» di incredibili dimensioni. E c'è ancora da chiedersi quale sia stato il vantaggio che ne ha tratto il Paese quando, in un momento internazionale veramente difficile, con gravi tensioni ai nostri confini e nel Mediterraneo, la speranza di poter scoprire finalmente quale «trama oscura», anche in questo caso risultata inesistente o comunque ancora da dimostrare, si sono distrutti dei servizi essenziali per Ia difesa del Paese mettendo in piazza, a disposizione di tutti, amici e nemici, organizzazione, uomini e strutture faticosamente costruiti in anni di difficile e pericoloso lavoro.