CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI

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Il 2 agosto 1990, nel corso di una seduta della Camera dei deputati dedicata alla strage della stazione di Bologna, il Presidente del Consiglio Andreotti accettò un ordine del giorno presentato dai deputati Quercini, Tortorella, Violante ed altri con il quale si impegnava il Governo a informare il Parlamento entro sessanta giorni in ordine «alla esistenza, alle caratteristiche e alle finalità di una struttura parallela e occulta che avrebbe operato all'interno del nostro servizio segreto militare con finalità di condizionamento della vita politica del Paese». Avendo il Presidente del Consiglio fatto presente l'opportunità di far pervenire le informazioni richieste ad una sede più riservata, i presentatori dell'ordine del giorno accettarono che fosse la Commissione di inchiesta sul terrorismo e le stragi a ricevere la documentazione promessa dal Governo.

Il giorno seguente 3 agosto 1990 il Presidente del Consiglio fu ascoltato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi e, nel confermare l'impegno assunto alla Camera, dichiarò: «Mi riservo di presentare alla Commissione una relazione molto precisa che ho pregato lo Stato Maggiore di predisporre. Si tratta di quelle attività che, sul modello NATO, erano state messe in atto per l'ipotesi di un attacco e di un'occupazione dell'Italia o di alcune regioni italiane. Sulla base di quanto mi è stato riferito dai servizi, tali attività sono proseguite fino al 1972, dopodichè si è ritenuto che non ve ne fosse più bisogno. Sia sul problema in generale, sia sullo specifico accertamento fatto in occasione dell'inchiesta sulla strage di Peteano da parte del giudice Casson, fornirò alla Commissione tutta la documentazione necessaria».

Il 18 ottobre 1990 il Presidente del Consiglio inviò alla Commissio­ne il documento promesso, intitolato: «II cosiddetto SID parallelo- il caso Gladio». Si apprendeva così che le attività che il Presidente del Consiglio riteneva abbandonate nel 1972, continuavano ancora.

Nella seduta del 15 novembre 1990 la Commissione decise di includere Gladio nelle vicende su cui stava indagando. Il Senato ha approvato il 24 gennaio 1991 una modifica della legge istitutiva della Commissione così da includere Gladio nei suoi compiti di inchiesta. Il provvedimento dopo essere stato discusso dalla Camera è stato approvato definitivamente il 29 maggio 1991.

Nel documento del Presidente del Consiglio del 18 ottobre 1990 si fa risalire al 26 novembre 1956 la nascita della rete clandestina Gladio.

In realtà, in quella data, il Sifar e la CIA procedettero a una «rielaborazione (restatement) degli accordi fra il Servizio Informazioni italiano e il Servizio Informazioni USA relativi alla organizzazione e alla attività della rete clandestina post-occupazione (stay-behind) italo-statunitense». Questi accordi risalivano a molto prima, al 1951-1952.

L'8 ottobre 1951, infatti, il generale Umberto Broccoli, direttore del Servizio (e non il generale Musco, come scritto dall'onorevole

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Andreotti) inviò al generale Efisio Marras, capo di Stato Maggiore della Difesa» un promemoria dal titolo: «Organizzazione informativa operativa nel territorio nazionale suscettibile di occupazione nemica».

Secondo il direttore del Sifar occorreva far si che in caso di occupazione del territorio nazionale già fosse predisposta una rete di resistenza capace dì fornire informazioni, sabotare gli impianti dell'occupante e fornire assistenza ai militari rimasti dietro le linee. Se non lo avessero fatto gli italiani, c'era il rischio che fossero gli americani a impiantare nell'Italia del Nord gruppi clandestini.

«Si tratta - scriveva il generale Broccoli - di predisposizioni complesse, costose, lunghe e perciò urgenti».

Già la Gran Bretagna aveva organizzato strutture simili non solo nel suo territorio, ma anche in Olanda e Belgio. E la Francia aveva fatto lo stesso nei territori tedesco e austriaco, con ramificazioni nella Germania Orientale e in Polonia.

Andava previsto l'arruolamento di personale che «per età, sesso ed occupazione, abbia buone possibilità di sfuggire all'internamento o alla deportazione da parte del nemico».

Il direttore del Sifar chiedeva di essere autorizzato a individuare sette ufficiali da inviare immediatamente presso la training division dell’Intelligence Service per esservi addestrati. I corsi in Gran Bretagna erano già stati prenotati e sarebbero cominciati il 15 novembre 1951 per concludersi il 12 febbraio 1952.

Subito dopo uno di questi ufficiali sarebbe divenuto coordinatore generale della rete, gli altri sei avrebbero diretto le sei branche operative: informazione, sabotaggio, propaganda, comunicazione, cifra, esfiltrazione. I sei avrebbero dovuto reclutare, con l'aiuto degli organi periferici del Sifar, i rispettivi «capi rete» e gli «agenti», fino a raggiungere un massimo di 200 unità.

Si prevedeva di completare l'addestramento di questi 200 uomini in un anno. La rete, in sostanza, avrebbe dovuto essere pronta all'inizio del 1953.

Il generale Broccoli informava poi il generale Marras che di questa «necessità» di dar vita alla rete di resistenza clandestina aveva parlato, fin dal luglio 1951, con i capi dei tre SIOS e con i capi di Stato Maggiore della Marina e dell'Aeronautica, e aggiungeva che aveva chiesto loro di fornirgli ufficiali capaci di assumere gli incarichi previsti.

Come «coordinatore» fu «chiesto» il col. pilota Santini, che in quel momento era capo del SIOS-Aeronautica. Come «direttori» furono richiesti: il ten. col. Tessitore, capo dell'Ufficio O del Sifar; il ten. col. Garofalo del Sifar; il maggiore Autino del Sifar e altri ufficiali a livello di colonnelli o maggiori per le varie specializzazioni.

Nonostante la collaborazione avviata con il servizio inglese, il generale Broccoli fece presente che sarebbe stato meglio legarsi con quello statunitense, accettando dal servizio britannico solo «un contributo limitato nel tempo e nella misura».

Come si vede la rete clandestina di resistenza o, quanto meno, la sua predisposizione, prese avvio nel 1951. Era previsto che assumessero la direzione della rete alti ufficiali del Sifar e delle Forze Armate. Lo stesso direttore del Servizio si impegnava in prima persona, presiedendo un «comitato segreto» formato dal «coordinatore», dai rappresentanti

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degli «uffici operazioni» delle tre forze armate, dal rappresentante della CIA e, quando occorreva, da un rappresentante del Comando Sud-Europa della NATO.

Per comprendere gli avvenimenti sui quali conduciamo l'inchiesta, occorre tener presente che la politica di sicurezza italiana nel dopoguerra ha sempre avuto due referenti esterni privilegiati: la NATO e gli Stati Uniti, in forte iterazione»

Per quanto riguarda il primo, il 4 aprile 1949 il Governo italiano, assieme a quelli di altri undici paesi, firmò a Washington il Trattato Nord Atlantico. Si trattava di un'alleanza finalizzata principalmente alla «difesa collettiva» e al «mantenimento della pace e della sicurezza» (preambolo).

Dei quattordici articoli che ne formano il testo, quattro rivestono un'importanza decisiva per inquadrare i modi in cui tale difesa collettiva si sarebbe concretizzata: il 3, il 5, il 9 e l'11.

L'articolo 3 regola la reciproca assistenza in tempo di pace («allo scopo di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le parti, agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno la loro capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato»).

L'articolo 5 ne regola il significato in tempo di guerra, stabilendo le modalità di intervento a sostegno di un alleato che abbia subito un attacco armato, inquadrandole entro l'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite e lasciando la libertà a ogni Stato membro di intraprendere «individualmente o di concerto con le altri parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella zona dell'Atlantico settentrionale».

L'articolo 9 regola la creazione di un'organizzazione per gestire l'applicazione del Trattato basata su un Consiglio (al quale partecipano i Ministri degli Esteri dei paesi membri) che ha il potere di istituire «gli organi sussidiar} che saranno necessari»; in particolare prevede la convocazione immediata di un Comitato di difesa (cui partecipano i vari Ministri della difesa).

L'articolo 11 stabilisce che le disposizioni del Patto «saranno applicate dalle parti in conformità con le rispettive procedure costitu­zionali».

Dopo l'entrata in vigore del Trattato (24 agosto 1949), tramite l'istituzione delle strutture di supporto dell'organizzazione, prese forma la NATO (North Atlantic Treaty Organization). La NATO si configurò fin dall'inizio come una struttura dinamica, in continua evoluzione.

Il 1951, l'anno dopo lo scoppio della guerra di Corea, segnò un periodo di massimo attivismo per l'Alleanza. In primavera entrò in funzione il comando alleato in Europa sotto la guida del generale Dwight Eisenhower, mentre il contingente americano in Germania venne rinforzato e iniziarono le trattative diplomatiche che avrebbero portato, di lì a qualche anno, all'ingresso della Germania nella NATO; alla fine dell'anno venne decisa anche l'ammissione di Grecia e Turchia all'Alleanza, ammissione formalizzata nel febbraio 1952.

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Ad Eisenhower vennero affidate divisioni provenienti da molti paesi dell'Alleanza, tra cui l'Italia. Le truppe rimanevano sotto la responsabilità dei comandi militari nazionali con intesa che, in caso di guerra, tale responsabilità sarebbe stata affidata al Comandante supremo delle forze alleate in Europa; era prevista l'autorizzazione parlamentare nel caso in cui le truppe fossero impegnate in missioni oltre i confini nazionali.

Nel giugno 1951 i dodici paesi firmarono a Londra la Convenzione sullo statuto delle forze armate della NATO di servizio in paesi diversi da quello d'origine, in agosto il protocollo aggiuntivo di Parigi sullo status dei quartieri militari internazionali NATO (entrambi ratificati dall'Italia nel novembre 1955) e in settembre, in occasione della riunione del Consiglio atlantico di Ottawa, quella sullo statuto della NATO, dei rappresentanti nazionali e del personale internazionale.

Nella stessa occasione (Consiglio di Ottawa, settembre 1951), il Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi sollevò la questione della contropropaganda o guerra psicologica, che sarebbe stata poi variamente ripresa in successive sedute del Consiglio. Si trattava, negli intenti italiani, di svolgere un'azione coordinata di propaganda anticomunista nei paesi dell'alleanza (e, eventualmente, nei paesi del blocco sovietico).

La proposta venne accantonata per diversi motivi, la non compara-bilità della situazione politica interna dei vari paesi e la volontà di concentrarsi su una propaganda positiva a favore del Patto, piuttosto che su una propaganda negativa nei confronti delie forze comuniste. Le iniziative connesse con la contropropaganda vennero relegate entro rapporti bilaterali.

Sembra comunque accertata l'esistenza di riunioni tenute a Londra tra i capi dei servizi di informazione dei paesi aderenti al Patto atlantico, cui avrebbe partecipato anche una delegazione italiana, fin dall'aprile 1951. Anche in tale sede sarebbe stata proposta dagli italiani «l'adozione di una comune politica occidentale della propaganda».

La questione della propaganda comunista sollevava non poche perplessità di carattere costituzionale,

Interrogato dal Ministero degli affari esteri in merito all'opportu­nità di intraprendere un'azione governativa di questo tipo, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Marras, scriveva ad esempio nel 1953 che «in linea generale l’azione che i Governi possono svolgere nell'ambito della lotta anticomunista è infirmata dal riconoscimento legale dei rispettivi paesi di un partito comunista»; rilevava quindi «la contraddizione tra il riconoscere legalmente da un lato e il combattere - come Governo, non come partito - dall'altro». Affidare tale contropropaganda ad un partito si sarebbe d'altronde rivelato pericoloso per la difficoltà di «scindere l'interesse di parte da quello superiore anticomunista». La lotta, concludeva quindi il Capo di Stato Maggiore della Difesa, «dovrebbe essere assunta da un movimento anticomunista che, sotto il coordinamento NATO e l'aiuto NATO, operi attivamente nei singoli paesi con la fisionomia di movimento nazionale».

Questo memorandum del generale Marras era stato redatto su sollecitazione del Ministero degli affari esteri per rispondere al

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desiderio di Jean Paul David - organizzatore del movimento francese Paix et Liberté in visita in Italia - di avere notizie circa la possibilità di costituire un movimento di analoga natura in Italia.

Per quanto riguarda invece il rapporto bilaterale dell'Italia con gli Stati Uniti nel campo della sicurezza, esso si attuò entro coordinate elaborate principalmente negli Stati Uniti.

L'Italia rappresentava, politicamente, una pedina importante nella strategia americana di rafforzamento del blocco antisovietico; perciò era importante che il paese non «cadesse sotto la dominazione comunista» e, nel caso ciò succedesse, era opportuno aver già predisposte misure da attuare con urgenza ed efficacia. Da qui nacquero le ripetute direttive del National Security Council (NSC) riguardanti sia le iniziative politiche che quelle militari.

Nel primo campo era compresa la lotta contro il comunismo in Italia e quella contro il comunismo nel mondo, nei paesi del blocco sovietico e in occidente.

Nel secondo caso, dato che militarmente l'Italia rappresentava un teatro strategico importante per difendere l'Europa ne! caso di scoppio di un conflitto globale, era necessario non reprimerne la rinascita militare, attraverso la progressiva revisione del trattato di pace e l'attribuzione di generosi aiuti militari, e installare basi militari sul suo territorio.

La responsabilità di mettere in pratica le direttive che riguardavano il primo campo ricadeva principalmente sul Dipartimento di Stato e sulla CIA, attraverso i rispettivi rappresentanti nel territorio italiano, il cui lavoro era coordinato, nella maggior parte dei casi, dall'ambasciato­re americano stesso. La responsabilità delle attività appartenenti al secondo campo, quello più propriamente militare, ricadeva invece sul Dipartimento della Difesa e sui Joint Chiejs of Staff (JCS).

I documenti riguardanti la lotta contro il comunismo italiano e le direttive del National Security Council emanate negli anni '50 su questo tema sono noti, perché pubblicati nella raccolta Foreign Relations of the United States o perché rintracciabili nei fondi relativi al NSC stesso. Il valore dei documenti è però sensibilmente indebolito dal fatto che quasi tutti presentano delle censure dovute a motivi di sicurezza, fatte al momento della declassificazione del documento.

I  primi documenti relativi all'Italia appartengono alla serie NSC1, con cui si inaugurò l'attività dell'NSC, e vennero redatti in collegamento ai ritiro delle forze d'occupazione americane dalla penisola e in vista delle elezioni politiche del 1948.

Fu addirittura la paura della possibilità della presa del potere da parte dei comunisti in Italia a portare alla creazione dell'Office of Politicy Coordination, che dava alla CIA la possibilità di intraprendere operazioni politiche, propagandistiche e paramilitari segrete.

Il Presidente degli Stati Uniti approvò il 15 marzo 1948 la NSC 1/2 (dei 10 febbraio 1948) attinente alla posizione americana di fronte ad una presa del potere comunista con mezzi illegali (attacco esterno o insurrezione interna sponsorizzata dall'Unione Sovietica) e la NSC 1/3 (dell'8 marzo  1948) riguardante la «posizione degli Stati Uniti nei confronti dell'Italia alla luce della possibilità di una partecipazione comunista al Governo attraverso mezzi legali».

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Gli Stati Uniti avrebbero dovuto astenersi dal partecipare ad un conflitto civile di natura interna.

Nel caso di una presa del potere violenta, l'intervento americano, tuttavia, avrebbe potuto assumere delle caratteristiche militari «deploy forces (or Sicily or Sardinia or both, with the consent of the legal Italian government and after consultation with the British, in strenght sufficient to occupy those islands against indigenous Communist opposition as soon as the position of the Communist in half indicates that an illegal Communist-dominated government with control all of the peninsula of Italy». («dispiegare in Sicilia o in Sardegna, o in entrambe, con il consenso del Governo italiano legittimo e dopo essersi consultati con il Governo britannico, forze sufficienti ad occupare tali isole contro l'opposizione dei comunisti del luogo non appena la posizione dei comunisti in Italia indichi che un Governo illegittimo controllato dai comunisti è in grado di controllare l'intera penisola italiana»)

Tale azione era comunque subordinata, secondo le indicazioni dello stesso documento, all'insindacabile giudizio militare dei ICS e questi ultimi, interpellati sulla questione a pochi giorni di distanza dalla stesura di questo documento, definirono non solo pericoloso ma irrealistico il suggerimento di ricorrere alla forza.

Nella versione successiva (NSC 1/3), l'intervento in caso di una conquista del potere da parte comunista con mezzi legali era affrontato con maggior cautela.

Si insisteva soprattutto sulle disposizioni preventive (alcune delle quali, come la dichiarazione tripartita su Trieste, vennero effettivamente attuate) e si descrivevano le differenti misure di mobilitazione militare e rafforzamento delle forze di stanza nel Mediterraneo da prendere in caso di partecipazione o controllo totale del governo da parte dei comunisti, ma non si prevedeva un intervento militare diretto.

I   documenti   della   serie   NSC   1   vennero  sostituiti,  a   partire dall'aprile 1950, con quelli della serie NSC 67; l'ultima versione, l'NSC 67/3, redatta dal National Security Council il 5 gennaio 1951, venne infine approvata dal Presidente degli Stati Uniti l'I 1 dello stesso mese. Si trattava di una sintesi delle ipotesi previste dalI'NSC 1/2 e NSC 1/3 con una leggera limitazione in quanto l'attacco esterno all'Italia ricadeva ora nella responsabilità della NATO.

II  documento trattava quindi delle misure preventive e, eventualmente, punitive da adottarsi in  caso di insurrezione  interna appoggiata dall'esterno o di partecipazione del partito comunista al governo con mezzi legali. Fra le misure preventive è da notare il suggerimento, messo in pratica alcuni mesi più tardi (Dichiarazione anglo-franco-americana del 26 settembre 1951), di avviare le procedure per una revisione informale del Trattato di Pace, specialmente di quelle parti che imponevano dei limiti sulla qualità e la quantità delle forze annate nazionali.

Le misure punitive in caso di insurrezione interna erano volutamen-te lasciate nel vago (gli stessi ICS avevano insistito su questo punto); si auspicava infatti di «make such use of US military power as may at the time the appropriate to prevent Italy from falling under communist domination». («utilizzare le forze militari statunitensi in modo da essere in grado di impedire, quando necessario, che l'Italia cada sotto il dominio comunista»).

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Una ulteriore clausola specificava che ciò sarebbe stato attuato in ogni caso con il consenso del governo italiano e secondo le direttive elaborate nell'occasione dai JCS, Ancora più vaghe apparivano le misure da prendere nel caso i comunisti fossero giunti al potere con mezzi legali: «the United States shottld initiate measures» si legge nel testo «(censura) designed to prevent cotnmunist domination and to revive Italian determination to oppose communism». («gli Stati Uniti dovrebbero dar corso ad iniziative (censura) mirate ad impedire la presa dei potere da parte dei comunisti e a rafforzare la determinazione italiana di opporsi al comunismo»).

Queste direttive rimasero immutate durante il primo anno della nuova amministrazione Eisenhower.

Nell'aprile 1954, l'NSC 67/3 venne sostituita dall'NSC 5411/2: il documento si differenziava da quelli dell'amministrazione precedente per l'insistenza sull'importanza strategica della penisola nell'ambito della NATO, definita a «pivotal geographic location». («una posizione geografica cardine»).

Il documento analizzava i successi del sostegno americano alla rinascita economica italiana e il parallelo fallimento della politica anticomunista. Il miglioramento della situazione economica non aveva funzionato come antidoto all'affermazione dei socialcomunisti (come dimostravano i risultati elettorali del 1953); l'anticomunismo dei governi succedutisi in Italia non era stato efficace e la campagna di pace sovietica aveva rafforzato la popolarità dei partiti di sinistra. Inoltre, i governi succedutisi dopo le elezioni politiche del 1953 avevano dato prova di grande instabilità.

L'NSC auspicava per l'Italia un governo costituzionale democrati-co, sorretto da una florida situazione economica.

L'ipotesi di un governo autoritario di destra, anche se definita preferibile a quella di un governo comunista, non veniva prospettata come uno scenario desiderabile.

Venendo alle tradizionali ipotesi previste in merito ad una presa di potere comunista (attacco esterno, insurrezione interna sorretta da un appoggio sovietico, mezzi legali), la versione disponibile del documento è pesantemente censurata; in essa non appare dunque alcun riferimento alle ultime due ipotesi e, nel caso della prima, il riferimento va, come già nel PNSC 67/3, alla garanzia fornita da! Trattato Nord-Atlantico. Non è dato sapere quindi cosa sarebbe successo nelle altre due ipotesi.

Si arriva cosi alI'NSC 6014 del 16 agosto 1960 in cui la parte analitica era approfondita ulteriormente secondo le linee già tracciate dall'NSC 5411/2.

Il documento rilevava, ancora una volta, come, a partire dalle elezioni del 1953, l'instabilità politica di governo fosse stata accentuata dalie spaccature interne al partito di maggioranza, dall'incapacità di formare coalizioni di governo durature e dalla differenza di opinioni esistenti nelle varie forze democratiche sulla credibilità di una partecipazione socialista al governo. Per questo si auspicava l'appoggio all'evoluzione del PSI verso posizioni autonome rispetto al PCI e filo-occidentali.

Finché tale cambiamento non fosse stato palese, l'influenza del PSI sulla politica estera e sulla politica di difesa nazionale doveva essere

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contrastata. Il maggiore pericolo, stando cosi la situazione, era «that of aligning conservative political, economie, and clerical forces with the Neo-Fascist in a National Proni against a Communist-led Popular fronte including the laboring classes and democratic elements of the moderate left», («che le fonte politiche ed economiche conservatrici e quelle clericali costituissero con le forze neofasciste un Fronte nazionale contrapposto a un Fronte popolare, guidato dai comunisti, comprendente le classi lavoratrici e gli elementi democratici della sinistra moderata»).

In sostanza, pur riconoscendo, come era stato dichiarato nell'NSC 5411/2, che un regime autoritario sarebbe stato meno pericoloso nel breve periodo per gli interessi della politica estera americana, si affermava che nel lungo periodo avrebbe avuto un effetto deleterio, aggravando le frizioni interne e rafforzando in ultima analisi lo stesso partito comunista.

Per quanto riguarda la parte punitiva, la censura impedisce anche in questo caso di valutare appieno il significato del documento.

Non è chiaro infatti se le misure prese in considerazione per contrastare l'avvento con mezzi legali o illegali del PCI al governo fossero solo di tipo non militare (come appare dal testo) o non comprendessero invece altri tipi di interventi (eventualmente censura-ti). Va comunque sottolineato che una versione aggiornata dello stesso documento (NSC 6014/1 del 19 gennaio 1961) escludeva l'ipotesi di azioni militari in questa circostanza a meno che esse non fossero attuate di concerto con altri alleati europei.

La lettura dei documenti attinenti l'Italia negli anni cinquanta sembra dunque screditare l'ipotesi di un intervento militare diretto americano automatico in caso di avvento del PCI al governo con mezzi legali o illegali. Per chiarire definitivamente questo punto occorrerebbe vedere anche le pani censurate dei documenti.

Rimanevano in piedi le tattiche elaborate fin dal 1948 dallo stesso NSC per fronteggiare il pericolo comunista a livello mondiale. Si trattava di quelle che vennero definite «covert operations» nella direttiva NSC 10/2 del 18 giugno 1948: erano misure che avrebbero affiancato le attività all'estero di carattere ufficiale e per le quali, a differenza di queste, non doveva essere possibile risalire alla responsabilità del governo americano.

Si trattava, cioè, dì operazioni legali e illegali di cui il Governo avrebbe avuto la paternità, ma non avrebbe assunto la responsabilità.

La tipologia di queste operazioni era assai vasta. Si trattava di «propaganda, economic warfare; preventive direct action, including sabotage, anti-sabotage, demolition and evacuation measures; subversion against hostile states, including assistance to underground resistance movementes, guerrillas and refugee liberations groups, and support of indigenous anti-communist elements in threatened countries of the free world». «Such operations» specificava il documento «shall not include armed conflict by recognited military forces, espionage, counter-espionage, and cover and deception for military operations». («propaganda, guerra economica; azione preventiva diretta, comprendente il sabotaggio, l'antisabotaggio, misure di demolizione ed evacuazione; sovversione contro Stati ostili, comprendente assistenza a movimenti

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clandestini di resistenza, a gruppi di guerriglia e di liberazione di rifugiati, nonché appoggio ad elementi indigeni anticomunisti nei paesi de! mondo libero minacciati» «tali opinioni»... «non dovranno includere conflitti armati condotti da forze militari riconosciute, spionaggio, controspionaggio, copertura e occultamento di azioni militari»).

Responsabile di questo tipo di operazioni era la nuova branca della CIA, l'Office of Special Project; solo in caso di guerra, o quando il Presidente degli Stati Uniti lo avesse richiesto, i piani per le covert operations ( operazioni coperte) sarebbero stati coordinati con i Joint Chiefs of Staff.

Ciò significa che la CIA godeva, in questo campo e in tempo di pace, della massima discrezionalità.

Questa direttiva, modificata secondo termini che rimangono sconosciuti (NSC 10/5 non rinvenuta), rimase in vigore fino al marzo 1954, quando venne approvato un nuovo documento riguardante le «covert operations» che, nel frattempo, erano diventate un cavallo di battaglia della nuova amministrazione Eisenhower.

Le attività nelle aree dominate o minacciate dal comunismo internazionale venivano in questo documento specificate con chiarezza (e senza censure). Si trattava di «develop underground resistance and facilitate covert and guerrilla operations and ensure availability of those forces in the event of war, including wherever practicable provisions of a base upon which the military may expand these forces in lime of war within active theaters of operations as well as provision for stay-behind assets and escape and evasion facilities». («sviluppare una resistenza clandestina, favorire operazioni coperte e di guerriglia ed assicurare la disponibilità di tali forze nel caso di conflitto bellico, compreso sia l'approntamento, ovunque praticabile, di una base a partire dalla quale l’esercito possa espandere, in tempo di guerra, il suddetto tipo di forze nell'ambito di teatri attivi delle operazioni, sia l'approntamento di strutture Stay-behind e strumenti per l'evasione e la fuga»).

La novità del documento non consisteva solo nel prevedere la creazione di «stay-behind assets» («strutture stay-behind») poggiami su basi costituite nei vari paesi fin dai tempo di pace per attivarle in tempo di guerra, ma anche nel preconizzare la collaborazione fra CIA e militari non solo in caso di conflitto (come risultava dal documento preceden­te). Questo aspetto venne ulteriormente chiarito in una revisione dell'NSC 5412, ovvero PNSC 5412/2 del 28 dicembre 1955, in cui si prospettava la necessità per la CIA di avvisare il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, nonché un rappresentante dello stesso Presidente riguardo alle attività intraprese sotto il titolo di covert operations («operazioni coperte»). La discrezionalità della CIA era cioè fortemente ridotta e la corresponsabilità degli organi consultati parallelamente accresciuta.

Il punto chiave della collaborazione fra CIA e militari era la disponibilità delle basi di appoggio per le attività clandestine da attuarsi in tenitori comunisti o minacciati dal comunismo. L'Italia ricadeva in quest'ultima categoria. La disponibilità di basi in un territorio straniero comportava, naturalmente, per la CIA, dei problemi politico-giuridici che essa non avrebbe potuto risolvere senza l'aiuto dei militari.

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Le basi rappresentavano quindi i! luogo in cui gli interessi della CIA e gli interessi dei militari venivano a convergere. Si è visto quali fossero quelli della CIA.

Vediamo quali erano quelli dei militari. L'interesse dei militari americani per la penisola in quanto teatro strategico fu sempre accentuato. L'Italia era importante sotto tre aspetti:

1.  come base di rifornimento e di eventuale ripiegamento per le forze americane di stanza in centro-Europa che non avessero potuto ritirarsi attraverso i porti predisposti in Germania e Francia;

2.      come base stabile o base di rifornimento per i bombardieri strategici americani capaci di colpire aree ad alta densità industriale dell'Unione Sovietica;

3. come via per rientrare in Europa, attraverso delle teste di ponte da mantenersi in Sicilia, in Sardegna e, possibilmente, in tutta l'Italia del Sud.

L'interesse dei militari per l'installazione di basi militari nella penisola emerse alla fine del conflitto (entro suggerimenti di natura più vasta che riguardavano l'installazione di basi, o l'ampliamento di quelle esistenti, in molti paesi europei), ma venne accantonato su insistenza del Dipartimento di Stato, preoccupato delle possibili ripercussioni politiche di tale richiesta.

Più tardi, Io stesso Dipartimento di Stato avanzò l'ipotesi di ricercare entro la NATO una legittimazione per installare basi militari nei tenitori dei paesi membri. Da parte italiana, però, il Presidente del Consiglio De Gasperi, durante la discussione parlamentare preventiva relativa al Patto Atlantico (avviata cioè prima ancora della firma del Patto e di molti mesi anteriore a quella sulla ratifica) negò perentoriamente che il Patto includesse «concessioni di basi di qualsiasi genere». In questo senso si espresse De Gasperi nella seduta del Senato del 27 marzo 1949.

Dopo la firma, De Gasperi si impegnò davanti al Consiglio dei ministri a giudicare inammissibile, per il futuro, la creazione di basi straniere in territorio italiano, come risulta dal verbale del Consiglio dei ministri del 28 aprile 1949.

Per questo la richiesta avanzata nell'ottobre dello stesso anno dai militari americani lasciò perplessi sia il Ministro degli esteri Sforza, sia il Presidente del Consiglio, Gli americani, da parte loro, subordinarono qualsiasi ipotesi di pianificazione coordinata italo-americana per la partecipazione delle truppe americane di stanza in Austria e Trieste alla difesa dei confini alpini italiani alla stipulazione di tale accordo, lasciando poco margine di manovra al governo italiano.

La difficoltà venne risolta limitando gli accordi allo stabilimento di una Linea di Comunicazione (LOC) che, attraverso il Brennero, scendesse da Salisburgo fino a Livorno, dove sarebbero state predispo­ste strutture (facilities) per lo sbarco dei materiali diretti in Europa centrale e il loro stoccaggio.

Le richieste relative ad una partecipazione finanziaria italiana all'attuazione della LOC e alla concessione di ampie esenzioni dalla giurisdizione penale italiana non vennero accolte e raccordo, siglato da due rappresentanti militari di Italia e Stati Uniti prese nel gennaio 1950 la forma di una intesa tecnica tra le forze armale dei due paesi.

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