CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI

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Tale intesa venne perfezionata nel giugno 1951. Gli ulteriori tentativi americani di estendere per quantità e qualità le concessioni italiane si scontrarono con dinieghi fermi anche se mai aperti e fu solo, come confermato dai documenti americani, il personale interessamento del nuovo ministro della difesa Taviani a rendere possibile la stesura dell'accordo finale (ottobre 1954). Nella sua audizione davanti alla Commissione il senatore Taviani ha confermato la parte avuta nel raggiungere l'accordo sulle basi.

La presenza militare americana in Italia era stata rafforzata dopo la firma del Trattato di pace austriaco, che portò al ritiro delle truppe di occupazione dal paese e quindi anche del contingente americano. I suoi cinquemila uomini vennero trasferiti a Vicenza e, dotati di missili tattici nucleari a breve raggio «Honest John», vennero a formare la Southern Europe Task Porce.

I contatti per l'aumento delle basi erano rimasti bloccati dopo che, all'inizio dei 1953, si era giunti alla stesura di una ipotesi di accordo che prevedeva la cessione di una serie di installazioni militari (aeroporti, aree di rifornimento, di comunicazione e porti) e allo stazionamento in tempo di pace di personale militare per un totale di 17.000 uomini. Tali contatti non avevano riguardato solo il Ministero della difesa e il gruppo misto che lavorava al suo interno per definire i termini tecnici dell'accordo, ma si erano sviluppati nel corso di vari incontri a livello politico, comprendenti, da parte italiana, i più alti funzionari dei Ministeri della difesa e degli esteri nonché i Presidenti del Consiglio che si erano succeduti al governo dopo le elezioni del 1953.

Si arrivò così alla firma di un gruppo di intese italo-americane, apposta nell'ottobre 1954, poco dopo la redazione del memorandum di intesa sulla questione di Trieste. Gli estremi degli accordi sono coperti dal segreto militare; non è difficile tuttavia, avvalendosi della documen­tazione preparatoria americana, chiarirne i termini generali.

Si trattava di documenti di carattere preminentemente tecnico-giuridico in cui era fatto riferimento primario a temi quali la divisione dei costi, la proprietà degli edifici, la giurisdizione entro l'area della base e, in subordine, la competenza giuridica a stipulare contratti con le ditte costruttrici. Vi erano fissate, inoltre , le località e il tipo di installazione richieste dagli americani.

La questione dell'uso delle basi da parte delle forze armate americane in caso di guerra era, nella bozza di accordo preliminare presentata dagli italiani, trattata assai sommariamente, prevedendo che ciò potesse avvenire «solo per adempiere a responsabilità emergenti dalla NATO e seguendo disposizioni NATO o in accordo con il Governo italiano». Non risulta che fosse contenuta nel testo la formula che, a suo tempo, la Gran Bretagna aveva richiesto per il proprio, relativa alla libertà da parte del Governo di decidere in merito alla rescissione dell'accordo qualora questioni di opportunità politica l'avessero consigliato. Gli italiani avevano insistito con esito negativo per limitare la durata dell'accordo da cinque a dieci anni.

Il complesso documento era composto da un accordo generale che regolava le questioni tecnico-giuridiche cui si è fatto riferimento più sopra; da una serie di annessi il primo dei quali rivelava il luogo e il tipo di basi o facilities richieste; da una serie di interpretazioni congiunte

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(agreed interpretations) su dogane e tasse, moneta, status del personale NATO di servizio in paesi diversi da quello d'origine sul quale era stata firmata nel giugno 1951 la convenzione di Londra, non ancora ratificata dal Governo italiano,

L'accordo generale prevedeva che l'Italia dovesse concedere gratuitamente i siti e le relative servitù d'uso, mentre gli Stati Uniti si sarebbero accollati l'onere per la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture necessarie ad ospitare il proprio personale, a meno che queste non ricadessero nel programma comune della NATO. Qualora la base fosse stata cogestita, anche i costi sarebbero stati divisi. In attesa dell'attuazione dello statuto relativo allo status delle forze della NATO, io Stato italiano avrebbe esercitato funzioni di polizia, mentre a quello americano sarebbe stato delegato il potere di mantenere «sicurezza e ordine». La parte più controversa dell'accordo riguardava il potere a stipulare contratti con ditte locali per la costruzione degli impianti.

La parte riguardante l'ubicazione e la tipologia delle facilities richieste ricalcava quella approvata nel 1951 dall'EMMO, estendendo le richieste che rimanevano qualitativamente simili a quelle approvate dalia NATO. Era prevista solo una base con presenza di caccia bombardieri americani, la cui costruzione era già stata finanziata tramite i fondi NATO per il programma delle infrastrutture.

Si trattava, negli altri casi, di ospitare aerei da combattimento (Aviano), servire da base di supporto (revisione, rifornimento, trasferi­mento) (Amendola), e, per la maggior parte, ospitare depositi di rifornimenti vari, civili e militari («Poi»: petroleum oil lubrificant, munizioni e altro), centri di comunicazione e assistenza per l'Aeronauti­ca e per la Marina americana, in una rete di facilities che coprivano il territorio nazionale dal Friuli alla Sicilia; il numero di personale previsto variava naturalmente a seconda della tipologia delle facilities, per molte delle quali - quelle in cui erano custoditi i depositi di materiale americano - non era prevista la presenza di alcun operatore italiano.

Restava esclusa dall'accordo la regolamentazione dei quartieri generali dell'Alleanza ubicati in Italia, sottoposti ad un regime transitorio in attesa della ratifica parlamentare del Protocollo aggiunti­vo (rispetto alla Convenzione di Londra) sullo statuto dei quartieri generali militari internazionali, firmato nell'agosto 1952.

Sulla base di questo quadro di riferimento, la lettura delle decisioni assunte attorno agli anni 1951-1952 è più agevole.

Prima però occorre dar conto di un'altra iniziativa del Governo statunitense, avviata proprio in quel periodo per ridurre il potere comunista in Italia e in Francia, nota col nome in codice «Demagnetize» (smagnetizzare).

La conoscenza del contenuto del Piano ci viene da documenti del Ministero della difesa degli Stati Uniti.

L'originale non è stato tuttora acquisito.

Sulla base di due memorandum del 12 aprile 1952 e del 21 aprile 1952 del Segretario alla difesa, il Servizio di strategia psicologica dello stesso Ministero approvò un «piano operazioni psicologiche per la riduzione del potere comunista in Francia e Italia», con la clausola che le azioni specifiche ivi contenute fossero intraprese a discrezione del

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Dipartimento di Stato e degli ambasciatori americani in Francia e Italia su base facoltativa piuttosto che obbligatoria. Fu costituito a Washington un comitato d'esperti a carattere consultivo al fine di sostenere e consigliare il Dipartimento di Stato e gli ambasciatori americani in Francia e Italia. In tale sede la rappresentanza della Difesa avrebbe dovuto essere fornita dall'Ufficio del segretario della Difesa. Fu prevista anche la costituzione, da parte degli ambasciatori in Francia e in Italia, di comitati di esperti analoghi a Parigi e a Roma, con la partecipazione di un rappresentante militare.

Gli obiettivi del piano erano la riduzione della forza del partito comunista nei due Paesi, delle sue risorse materiali, delle organizzazioni internazionali, della influenza sui Governi francese e italiano e, in particolare, sui sindacati, nonché l'attrazione da esso esercitata sui cittadini francesi e italiani, affinché cessasse di rappresentare una minaccia per la sicurezza della Francia e dell'Italia e per gli obiettivi degli Stati Uniti; ciò comportava anche il rafforzamento dei sindacati liberi e delle forze effettivamente democratiche.

Il 14 maggio 1952 il Comitato dei Capi di Stato maggiore (JCS) fece conoscere le sue determinazioni in materia, così riassumibili:

a)

il Comandante in Capo del Comando USA in Europa (Uscinceur) è interessato direttamente al successo del piano;

b)

va quindi fornita collaborazione e sostegno adeguato agli ambasciatori americani in Francia e in Italia all'attuazione del piano;

c)

va assegnato, se richiesto dagli ambasciatori, un ufficiale che rappresenti il Comandante in Capo delle forze USA in Europa;

d)

le azioni specifiche del piano debbono essere intraprese sotto la direzione e seguendo gli orientamenti degli ambasciatori americani in Francia e in Italia;

e)

l'Ambasciatore può richiedere, ma non dirigere, le azioni militari che si rendessero necessarie a sostegno del piano.

Il memorandum disponeva inoltre:

-

che la riduzione del potere comunista in  Francia e in Italia doveva costituire un obiettivo di primaria importanza, da conseguire con ogni mezzo compatibile con gli scopi degli Stati Uniti;

-

che, dal momento che i piani avrebbero potuto apparire limitativi della sovranità e come un'ingerenza nella amministrazione interna dei governi francese e italiano, occorreva ricorrere a misure di sicurezza straordinarie;

-

che per questa ragione non sarebbero state distribuite copie del piano stesso nemmeno al Comando in Capo delle forze USA in Europa. Le disposizioni sarebbero venute solo dagli Ambasciatori in Francia e in Italia. Del contenuto del piano, comunque, potevano essere messi a conoscenza esclusivamente cittadini americani.

Noi non siamo in grado di valutare quale percezione abbia avuto il Governo italiano del fatto che gli Stati Uniti stessero attuando un piano assai ambizioso e di forte impegno per ridurre l'influenza comunista nel nostro Paese.

Sarebbe anche interessante riuscire a conoscere se e in che modo la Francia, con l'avvento del generale De Gaulle nel giugno 1958, si

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disimpegnò dal legame assai stretto fino ad allora intercorso, oltre che con la NATO, anche con la CIA e gli organismi similari americani.

Come abbiamo visto, nel 1954 l'Amministrazione americana si dichiarò soddisfatta dei risultati che il sostegno americano aveva conseguito sul terreno della rinascita economica italiana e insoddisfatta dei risultati della politica anticomunista.

Quando, nell'autunno del 1956. William Colby fu inviato in Italia a dirigere la «stazione» della CIA per le operazioni politiche, il suo compito, come lui stesso ha scritto, avrebbe dovuto consistere nell'impedire che «l'Italia cadesse nelle mani comuniste alle prossime elezioni del 1958 e nell'evitare quindi che le difese militari della NATO venissero aggirate da una quinta colonna comunista, il PCI».

È in questo contesto che furono assunte le misure di carattere militare e quelle di valenza politica da parte degli americani, alcune concordate con il governo italiano, altre strettamente unilaterali.

I programmi stay-behind furono senz'altro di natura multilaterale. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si proposero infatti, con una forte accelerazione all'inizio degli anni cinquanta, (si deve tener conto che con la guerra di Corea i rapporti tra i due blocchi erano divenuti assai tesi e al limite della rottura) di creare una rete di «resistenza» da lasciare «indietro» qualora fossero stati costretti ad abbandonare i paesi dell'Europa occidentale.

L'iniziativa riguardò non solo i paesi dell'Alleanza atlantica, ma anche (con ogni probabilità senza il consenso dei governi) paesi neutrali come l'Austria, la Jugoslavia e la stessa Svizzera, o ostili come la Germania orientale.

Stanno venendo ora a conoscenza le caratteristiche delle varie reti stay behind create in Europa. Di quella belga e di quella della Germania federale si hanno informazioni abbastanza precise, risultanti da inchieste avviate nel 1990 dai Parlamenti dei due Paesi, L'elemento «comune» appare essere quello informativo. Si volevano «lasciare indietro» strutture capaci di segnalare, mediante una sofisticata rete radio, i movimenti degli eserciti occupanti. Altrettanto prioritaria era l'esigenza di precostituire una serie di «vie di fuga» per il personale alleato rimasto nei tenitori occupati.

Differenziate appaiono invece le strutture per compiere sabotaggi o azioni di disarmo: più forte in Italia, meno impegnative nella Germania Federale.

Quello che è certo è che la rete italiana (in codice Gladio) fu avviata all'inizio del 1952.

Ancora non siamo stati messi nelle condizioni di sapere quale fu il contenuto degli accordi iniziali né chi li sottoscrisse. Sappiamo che un successivo accordo del 1956 fu la «riformulazione» (restatement) di accordi stipulati negli anni precedenti.

Certamente i «soggetti» principali furono la CIA da un lato e il Sifar dall'altro. Questo però non significa la non conoscenza, degli impegni assunti da parte dei responsabili politici e militari delle due parti e l'assunzione delle relative responsabilità. All'epoca in Italia il Sifar dipendeva dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e ogni operazione rilevante del servizio gli veniva sottoposta. Si deve presumere che lo

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stesso avvenisse per i responsabili politici. Ministro della difesa e Presidente de! Consiglio.

Più complessa è la «catena di comando» della parte statunitense. Vi è comunque un punto di riferimento obbligato per tutte le operazioni all'estero, il National Security Council. È attraverso questa struttura che i vari Dipartimenti e le varie agenzie ricevono le direttive e vengono coordinati. Ed è attraverso l'NSC che il Presidente degli Stati Uniti esercita il «comando sui campo». In questa struttura la CIA è rappresentata direttamente dal suo direttore (che ha anche il compito di coordinare le altre agenzie segrete), allo stesso titolo del segretario della difesa, del segretario di Stato, del segretario al tesoro e dell'assistente del Presidente per la sicurezza.

Come è Stato detto, il NSC serve a far sì che tutti gli attori si prestino aiuto l'un l'altro e ciascuno conosca la pane degli altri.

Si può quindi affermare che quando furono impiantate le varie reti dello stay-behind negli anni cinquanta, la CIA ne fosse all'origine e ne avesse la responsabilità, ma che della iniziativa e dei compiti ne fossero pienamente informati e compartecipi anche gli alti comandi militari statunitensi in Europa e il Dipartimento di Stato con le relative Ambasciate.

Nei 1951 cominciarono le varie forme di coordinamento di tutte le reti stay-behind create in Europa.

Il 7 agosto 1951 Saceur (il Comando Supremo delle forze americane in Europa) propose allo Standing Group della NATO la creazione del CPC (Clandestine Planning Committee), al fine di definire il concorso, in caso di guerra, dei servizi alleati alle operazioni del Comando Alleato nel settore delle operazioni speciali.

L'8 agosto 1951 si tenne a Parigi la prima riunione dello Standing Group per esaminare la proposta.

Il 4 agosto 1951 lo Standing Group della NATO approvò la proposta di Saceur. Nello stesso anno fu approvato anche lo statuto del CPC.

Il 5 novembre 1958 fu approvato un secondo Statuto.

L'anno successivo (1959) il Sifar divenne membro associato del CPC (la domanda di passare membro effettivo era stata avanzata ai primi del 1953, ma solo dopo che il Sifar ebbe sottoscritto l'accordo del 1956 con la CIA, la richiesta era stata presa in considerazione).

Nell'ambito del CPC - che aveva sede in Bruxelles, presso la sede del Servizio belga che curava il segretariato permanente - il Gruppo Esecutivo era costituito da rappresentanti dei Servizi americano, britannico, tedesco e belga che, a turno, assicuravano la Presidenza del Comitato; vi erano poi i Membri Associati: Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia» Turchia, Grecia, Francia e Italia, nei confronti dei quali le decisioni del Gruppo Esecutivo non erano impegnative.

Il 18 novembre 1959 il Clandestine Planning Committee (CPC) cambiò nome e divenne il Coordination and Planning Committee.

Nel 1964 il Sifar fu ammesso anche nell'Allied Clandestine Committee (Comitato Clandestino Alleato), in codice ACC, gestito da un Comitato Principale, costituito dai capi dei Servizi o da loro rappresentanti, la cui Presidenza e Segreteria erano tenute a rotazione dai Servizi membri per un periodo di due anni.

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L'ACC era emanazione de! CPC di cui il Sifar faceva già parte fin dal 1959.

L'ACC era staio costituito nel 1958 dai rappresentanti dei servizi di Usa, Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio, Lussemburgo. La Germania Federale vi era stata ammessa in un secondo tempo, comunque prima dell'Italia.

La differenza tra i due organismi era che il CPC aveva il fine di armonizzare la programmazione dei singoli Servizi membri con il comando militare della NATO e in tempo di guerra sarebbe scomparso per dar origine a quattro «Gruppi Alleati di Consulenza e Coordinamento» (ACCG), la cui predisposizione rientrava tra i suoi compiti, L'ACC invece coordinava la collaborazione tra i Servizi membri per le operazioni stay-behind, sviluppando direttive di guida, elaborando studi e dottrine e preparando l'organizzazione della Base Clandestina Alleata (furono disponibili due basi: una fissa a Idlewood, l'altra mobile a Keylock).

II Direttore del Sifar delegò il capo dell'Ufficio R a rappresentare il servizio nel CPC, mentre il capo della sezione Sad (Gladio) fu designato dall'ACC.

Il rapporto di questi organismi con la NATO è delineato chiaramente nell'appunto preparato dal governo federale tedesco per la commissione parlamentare di controllo sulla rete stay-behind e trasmesso dalla Presidenza della Repubblica alla Procura di Roma il 20 maggio scorso: «al fine di armonizzare la propria programmazione con il comando militare della NATO, i servizi di informazione interessati istituirono nel 1952 il cosiddetto «Coordinating and Planning Committee» (CPC), mentre al fine di coordinare la collaborazione tra di loro istituirono nel 1954 il cosiddetto «Allied Coordination Committee» (ACC).... Entrambi gli organismi non costituivano e non costituiscono pane integrante della NATO».

Di conseguenza, nello stesso documento viene ribadito che la rete stay-behind tedesca «era ed è una precipua organizzazione e servizio di informazione tedesco (BND) e non una parte integrante della NATO. Non sussiste e non sussisteva alcun rapporto di subordinazione dei singoli servizi (nazionali) nei confronti degli organismi (di coordinamento).

Questo vale anche per il caso italiano. E questo permette di chiudere la querelle sulla apposizione del segreto sui documenti relativi alla rete stay-behind costituita nel nostro paese. Dal momento che il Presidente del Consiglio ha deciso di non doversi porre alcun segreto sugli atti e sui documenti dei nostri servizi segreti, non si giustificano più le resistenze opposte alle richieste della magistratura e della nostra Commissione per la totale declassificazione della «memoria storica» riguardante Gladio.

Del tutto diverso è invece il quadro di riferimento «istituzionale» della cosiddetta «guerra psicologica». Questa era materia che interessa­va direttamente gli Stati Maggiori delle varie Forze Armate che facevano parte della NATO.

La «guerra non ortodossa» infatti avrebbe dovuto essere condotta da forze militari regolari, e la sua pianificazione risultava nei compiti del Comando supremo delle Forze alleate in Europa (SHAPE).

Si trattava di addestrare e equipaggiare «forze speciali» nelle varie Forze Armate per metterle in grado di operare in territorio nemico o occupato dal nemico.

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Il 10 settembre 1963 Saceur emanò la Direttiva di base per la guerra non ortodossa e i relativi Piani delle Esigenze Operative.

Il 7 giugno 1968 Saceur sostituì la vecchia Direttiva con una nuova. Questa direttiva conteneva anche norme per assicurarne la cooperazione, caso di guerra, dei vari Servizi clandestini nazionali. Era naturale, infatti, che nei territori occupati dal nemico, i reparti militari che vi fossero stati inviati potessero collegarsi con le reti clandestine predisposte.

Nel 1969 fu chiesto al Capo di Stato Maggiore della difesa italiano che si avviasse un forte coordinamento tra le strutture militari e quelle dei Servizi.

In seguito a questa sollecitazione il Capo di Stato Maggiore della difesa, generale Vedovato, approvò, il 1" febbraio 1969, la costituzione di un Comitato di Coordinamento Operazioni Speciali, che avrebbe dovuto comprendere i responsabili delle tre armi e quelli di Gladio.

I  primi contatti tra Stato Maggiore e Direzione dei Servizi fu deludente e il dialogo venne subito interrotto. Le trattative furono riprese nel 1973 e si giunse alla «promessa» di una reciproca collaborazione tra Forze Armate e SID.

Solo però nel 1985 si realizzò un accordo preciso.

II  Sismi propose e la Difesa accettò la costituzione di un Comitato di coordinamento delle operazioni per la guerra non ortodossa. Tale Comitato fu posto in capo al Sismi (Martini), con un certo disappunto dello Stato Maggiore della Difesa.

Tutto questo serve a chiarire che Gladio e gli organismi deputati alla guerra non ortodossa erano due cose diverse. La rete clandestina dello stay-behind era affare dei Servizi; le operazioni di guerra non ortodossa erano affare dei militari, degli Stati Maggiori e dei comandi NATO.

Non si deve dimenticare che di fronte, con analoghe programmazioni e predisposizioni, vi erano le forze del Patto di Varsavia, e che, specie negli anni '50 e nella prima metà degli anni '60, le minacce di conflitto furono alte.

Il senatore Taviani ha indicato quattro momenti critici del rapporto tra NATO e Patto di Varsavia negli anni '50 e '60.

È possibile ora seguire gli sviluppi della rete stay-behind in Italia.

Attorno al 1954 si cominciò a costituire la base di Capo Marargiu, in Sardegna. La CI A inviò fondi adeguati e furono innanzitutto acquisiti i terreni necessari. Per superare le difficoltà burocratiche si procedette alla costituzione di una società a responsabilità limitata.

La società, che si chiamò Torre Marina, fu costituita presso il notaio De Martino e ebbe come soci il generale Musco, allora direttore del Sifar, nominato presidente, il colonnello Santini, già capo del SIOS-Aeronautica e poi addetto aeronautico a Washington e il colonnello Fettarappa, responsabile dell'Ufficio «R» del Sifar.

Occorse una speciale autorizzazione del Ministro della difesa (Taviani) per consentire di derogare alle norme della legge sullo stato degli ufficiali che vietavano di possedere quote azionarie e di costituire società.

Nello stesso periodo gli americani fornirono l'aereo Argo16 per le operazioni di trasporto. Il colonnello Santini se ne servì per le necessità logistiche del Centro.

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Anche la Sezione addestramento (Sad) che aveva il compito si sovrintendere alla rete clandestina dello $tay-behind e di provvedere alle esigenze tecniche e funzionali del Centro Addestramento Guastatori (CAG) creato a Capo Marargiu fu costituita prima che il Sifar sottoscrivesse con la CIA gli accordi del 26 novembre 1956. II generale De Lorenzo autorizzò infatti la costituzione dell'Ufficio Sad il 24 settembre 1956.

A dirigere la Sezione Sad fu chiamato il tenente colonnello Caudìllo e al CAG fu assegnato il maggiore paracadutista Mario Accasto.

La Sezione Sad dipendeva funzionalmente dall'Ufficio «R», ma di fatto aveva piena autonomia e riferiva direttamente al Capo del Servizio.

Il Centro di Capo Marargiu doveva costituire anche la base operativa «ultima» della rete, e nel caso che anche la Sardegna fosse occupata, il Comando si sarebbe trasferito in Gran Bretagna, in una base già predisposta a Idlewood.

È stato dichiarato da parte del Servizio che l'accordo di reciproco impegno del 26 novembre 1956 era basato «da parte statunitense, sul presupposto che i piani dello Stato Maggiore della Difesa italiano prevedessero l'attuazione di tutti gli sforzi per mantenere l'isola della Sardegna»,

li 7 ottobre 1957 la CIA precisò che la difesa della base «era considerata nei piani di guerra degli Stati Uniti d'America».

Intanto era intervenuto l'accordo del 26 novembre 1956, considera­to l'atto fondamentale della Gladio,

La segretezza dell'atto è stata a lungo difesa.

Indicato prima come «rielaborazione» (restatement) di accordi avvenuti nel 1951, è stato in seguito indicato come «accordo» toni court, dal quale far partire anche la numerazione progressiva di tutti i documenti Gladio.

L'accordo fìssa le reciproche obbligazioni e i reciproci impegni tra il servizio statunitense e quello italiano.

L'Italia avrebbe messo le basi, gli uomini e il supporto sul campo; gli Stati Uniti gran parte del finanziamento e del materiale di armamento.

Agli Stati Uniti era riservata soprattutto la predisposizione dei cifrari e l'addestramento necessario per poterli adoperare.

In sostanza si tratta di una intesa tra i due servizi, senza clausole di particolare impegno.

Rimane incomprensibile il fatto che il documento trasmesso sia privo delle normali intestazioni proprie di documenti di questo genere e, soprattutto, che non ci siano le firme di chi lo sottoscrisse. Trattandosi di un documento rilevante al fine di determinare la «paternità statuale» dell'iniziativa assunta, il rifiuto cosi a lungo opposto è quanto meno poco producente. Lo stesso Presidente del Consiglio qualche dubbio lo avanza a sua volta, se è vero che afferma di trasmetterlo «così come ricevuto». Cioè privo di firme.

I primi arruolamenti della Gladio furono fatti nel 1958, poche decine di unità. Intanto però era stata costituita la struttura che avrebbe «gestito» la rete, che avrebbe selezionato gli uomini, curato il loro addestramento, procurato l'armamento necessario: l'Ufficio Sad. Anche la base di Capo Marrargiu era stata ultimata.

Nel 1957, dal 9 ottobre al 15 novembre, sei appartenenti alla Sad si recarono negli Stati Uniti per un corso di addestramento: i maggiori

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Accasto e Rossi, il capitano Ferrazzini, il tenente Castagnola, il maresciallo Cargiache. Essi furono accompagnati da un funzionario della CIA, Robert Porter, responsabile della Gladio in Italia.

Cosi, il I° giugno 1959 il Sifar (Ufficio R - Sezione Sad) fu in grado di riferire sui risultati ottenuti fino a quel momento.

Un'ampia informativa sulla rete Gladio fu inviata alla CIA e, per l'Italia, al generale Rossi, nuovo Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Vennero innanzitutto riassunti gli scopi della struttura. La rete dei vari stay-behind era stata creata per il caso che si fosse determinata in paesi NATO una situazione di emergenza «ad opera di sovvertimenti interni o di forze militari di invasione».

Ne erano derivate alcune «predisposizioni, alcune sui piano NATO, altre sul piano nazionale.

Sul piano NATO la partecipazione italiana al Comitato Clandestino di Pianificazione operante presso lo SHAPE doveva servire a definire le possibilità di concorrere, nell'eventualità di una guerra, alle operazioni del Saceur (comando supremo delle forze atlantiche) nel campo delle operazioni speciali. Queste, rientranti nel concetto di «guerra non ortodossa», dovevano essere condotte da forze militari regolari.

Lo Stato Maggiore Difesa italiano e Afeouth (il Comando del Sud-Europa) avrebbero concordato quindi le possibili azioni, in caso di guerra, delle forze clandestine in Italia (la rete stay-behind).

A tal fine andava portato avanti il consolidamento e il potenziamento della rete Gladio.

Questa era basata su di una doppia struttura:

-         una prima, formata da elementi destinati a «durare» nel territorio occupato, e quindi non facilmente individuabili in quanto «insospettabili»;

-         una seconda formata da unità di guerriglia di pronto impiego da rendere subito attive alle spalle del nemico come vere e proprie bande partigiane.

La struttura clandestina era organizzata su quaranta nuclei operativi: sei informativi, dieci di sabotaggio, sei di propaganda, sei di evasione e fuga, dodici di guerriglia.

I  reparti di pronto impiego erano articolati invece in cinque unità (UPI), ciascuna  identificata con  il  nome convenzionale  di   «Stella alpina», «Stella marina», «Rododendro», «Azalea», «Ginestra».

Era previsto che «elementi della Sezione Sad effettuassero corsi di addestramento presso la scuoia del servizio americano».

Lo scopo indicato della rete era quello di tutelare i tenitori e le popolazioni che «dovessero conoscere l'occupazione e la sovversione».

Andava creata «una leva di lungo braccio» e di grande portata per incoraggiare la liberazione del territorio e per «ristabilirvi 5 poteri legali e le istituzioni legittime». Comunque era necessario che fosse il Sifar a organizzare la rete per evitare che lo facessero «altre organizzazioni incontrollate o al servizio di interessi di partito».

Il   documento del 1° giugno 1959 è molto importante, perché vi sono esposti senza mascheramento gli obiettivi di fondo che si volevano perseguire: mantenere l'Italia all'interno del sistema di alleanze e del sistema di difesa costituito dalla NATO e garantito dagli Stati Uniti.

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L'Italia doveva rimanere in tutti i modi «zona di esclusione» per i sovietici dall'esterno e per i comunisti dall'interno.

Abbiamo già visto che a questo non concorreva solo la rete $tay*behind ma anche le Forze annate dei vari paesi NATO, nei modi loro propri,

Intanto si era iniziato l'arruolamento degli uomini e il loro addestramento.

L'attenzione è stata portata sul numero degli appartenenti alla rete Gladio.

La Presidenza del Consiglio, ovviamente su indicazione del Servizio, ha sostenuto che il numero complessivo è stato di 622 unità, di cui 45 deceduti e che questo numero copre tutto l'arco della vita di Gladio e comprende il complesso di quanti hanno fatto parte della rete clandestina dello stay behind e delle unità di pronto impiego. 408 erano i gladiatori «sommersi » e 214 gli appartenenti alle unità di pronto impiego.

I 622 gladiatori erano distinti poi in due grandi categorie, gli «effettivi», quelli realmente impiegabili nel momento in cui ce ne sarebbe stato bisogno, e quelli «in riserva», elementi arruolati ma scartati poi per diverse motivazioni.

In base a questa suddivisione, la forza impiegabile nei vari anni è stata mediamente di 230-250 unità.

Dal 1958, anno dei primi arruolamenti, al 1972, anno in cui fu deciso di smantellare i Nasco, furono arruolate 362 unità. La forza utilizzabile nei vari anni viene così indicata:

1958  - 28
1959  - 60
1960  - 110
1961  - 141
1962  - 165
1963  - 195
1964  - 225
1965  - 254
1966  - 268
1967  - 281
1968  - 289
1969  - 291
1970  - 262
1971  - 251
1972  - 241

Delle 362 unità arruolate dal 1958 al 1972, è stato precisato che 124 erano state assegnate alla «Stella Alpina» e 30 alla «Stella Marina».

Su questi «numeri» il SISMI ha sempre fatto muro. Li ha garantiti al Presidente Andreotti. Ne ha fatto quasi un articolo di fede.

In questo muro si sono aperte però delle falle paurose.

In alcuni documenti la cifra non è più quella di 622 ma di 640. In altri vi sono nomi non compresi nell'elenco ufficiale.

Ma una vera divaricazione si è verificata a proposito delle unità di pronto impiego.

Nei giorni 26, 27, 28 ottobre 1958 si tenne una riunione tra i responsabili italiani della Gladio e i rappresentanti della CIA.

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