CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI

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In questa riunione venne analizzata attentamente l'organizzazione assunta dalla UFI «Stella Alpina».

Si apprende che la «Stella Alpina» era stata attivata ai primi del 1958 ed era stata destinata ad operare tra il Piave e il confine jugoslavo. La sua area era stata divisa in otto zone.

In ciascuna zona avrebbe operato una formazione di 125 uomini, con altri 125 di riserva. Un totale di 2,400 uomini.

La situazione «in atto» venne cosi descritta:

zona di Gorizia 72

elementi

Valle del Natisone 130

elementi

Val Torre 32

elementi

Val Canale 125

elementi

Carnia -

in corso di censimento

Val Cellina 23

elementi

Pordenone -

in corso di censimento

Bassa Friulana 21

elementi.

Il totale da 403, più quelli da censire.

Ufficialmente, invece, nel 1958 l'organico di Gladio era calcolato in sole 28 unità.

L'UPI «Stella Alpina» già nel 1958 era stata attivata «per controllarne l'efficienza»: in occasione dell'inaugurazione di un monumento per la divisione Julia, fu radunata la formazione della Valle del Natisone. Su 130 elementi se ne presentò 1'85 per cento.

Che la «Stella Alpina» fosse un'altra cosa da Gladio lo prova il fatto che nella riunione dell'ottobre 1958 si decise di ricercare «uno o più elementi» entro la «Stella Alpina» destinati a costituire il «nucleo occulto della Gladio in grado di assumere in caso di emergenza la direzione sul campo dell'unità di guerriglia «Stella Alpina».

In un documento del 1963 si da la seguente situazione delle UPI:

-    Stella Alpina», sostanzialmente a punto

-    «Stella Marina», in avanzato sviluppo

-    «Azalea» (veronese), in avanzato sviluppo

-    «Rododendro» (bresciano), in sviluppo

-    «Ginestra» (laghi lombardi), in sviluppo.

In sostanza, i «numeri» della Gladio non comprendono - a parte quelli, pochissimi, dei componenti dei «nuclei occulti» inseriti all'inter­no della varie unità di guerriglia - i «numeri» delle cinque unità di pronto impiego.

Perché tentare di nascondere una situazione nota a tutti, che la Gladio sorse in gran parte sul corpo della «organizzazione O», già terzo corpo volontari della libertà, già divisione «Osoppo»?

Non c'è dubbio che i numeri siano stati assai più alti di quelli dichiarati.

Ai 622 gladiatori ufficiali, i «positivi», si aggiungono altri 1200 elementi, avvicinati o segnalati, ma poi non arruolati (i «negativi»).

È in questo elenco dei negativi che sono stati trovati alcuni nomi abbastanza clamorosi. Per coloro che sono stati compresi in questo elenco senza essere stati né contattati né avvertiti, si pone il problema se sia giusto averli tenuti in elenchi resi pubblici a distanza di 20-30 anni.

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Poi vi erano degli elementi «tecnici», chiamati a svolgere attività di supporto e a fungere da «cuscinetto» tra i gladiatori veri e propri e coloro che, soprattutto in sede di addestramento, entravano in contatto con i gladiatori. Anche a costoro veniva fatto sottoscrivere l'impegno di segretezza.

E infine vi erano i «controllori» della struttura, gli uomini del comando operativo. Circa 280 elementi, molto qualificati e con gradi militari abbastanza alti.

Conclusivamente, nei suoi quarantanni di attività, la rete Gladio ha interessato alcune migliaia di persone, a vario titolo e a varie posizioni. Il numero preciso non è stato ancora acquisito, ma certo è assai più alto di quello dichiarato di 622.

Non si può affrontare la storia della Gladio senza vedere nei particolari anche quella della «Osoppo».

Si tratta di storie che si svolsero in anni diversi. Quella della «Osoppo» cominciò addirittura prima della fine dell'occupazione tedesca in Italia.

Quando, il 24 giugno 1945, vennero smobilitate le formazioni partigiane friulane, cessò lo scontro con le forze tedesche ma continuò quello tra partigiani comunisti, ferocemente filotitoisti, e i partigiani non comunisti, legati alla popolazione italiana.

In quel momento la «Osoppo-Friuli» contava 8.700 uomini e la «Garibaldi-Natisone» - la quale peraltro era solo una delle Divisioni di cui si componeva la «Garibaldi-Friuli» - circa 7.000.

Tra le due formazioni partigiane, già durante l'occupazione tedesca, erano avvenuti gravissimi conflitti, alcuni di assoluta criminalità politica.

Il 22 gennaio 1945, in seguito al rifiuto della Divisione «Osoppo-Friuli» di confluire nella Divisione «Garibaldi-Natisene», il comando garibaldino diede ordine di eliminare con la violenza quei reparti di partigiani italiani che si opponevano all’incorporazione nelle formazioni filo-titoiste.

Il 7 febbraio una formazione della Divisione «Osoppo» fu sorpresa a Porzûs e completamente sterminata da reparti garibaldini formati da partigiani comunisti italiani.

Alla resa dei tedeschi le formazioni titoiste avanzarono rapidamente in territorio italiano, precedendo le truppe alleate e penetrarono in tutta la Venezia-Giulia, spingendosi fino a Trieste e Gorizia e raggiungendo la linea dell’Isonzo. Per le popolazioni, in gran parte italiane, fu una seconda occupazione, non meno dura della prima.

Lo stato di tensione permase per alcuni anni sul confine orientale dove la prolungata mancata definizione della linea di demarcazione tra Italia e Jugoslavia e la profondità della divisione etnico-politica portarono ad esecuzioni di massa e a vendette sanguinose e causarono una divisione negli animi senza eguali. Solo nel 1954, con la soluzione dei problema di Trieste, si arrivò ad una sorta di modus vivendi tra Italia e Jugoslavia» I rapporti inter-etnici continuarono però ad essere molto difficili.

Lo stesso partito comunista fece molta fatica a far prevalere, in quelle zone, la sua «italianità» contro parti importanti del suo apparato e dei suoi militanti.

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Nel gennaio 1946, perdurando violenze e minacce iugoslave, i capi dell'«Osoppo» (tenente colonnello Luigi Olivieri, Prospero del Din e Antonio Specogna) chiesero di riarmare i reparti in difesa della popolazione.

Nell'aprile 1946 il generale Raffaele Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, autorizzò la costituzione della formazione e, nel settembre 1947, con il trattato di pace, la autorizzò ad assumere la denominazione di 3° Corpo volontari della libertà, con un organico di 4.484 uomini.

Tra i) 16 aprile e il 2 maggio 1948, in occasione delle elezioni, la formazione fu schierata segretamente sul confine orientale.

Il 6 aprile 1950 la formazione venne trasformata in una organizzazione militare segreta, denominata «O». Essa ebbe in carico materiale di armamento per attivare quindici battaglioni.

Il 4 ottobre 1956, avendo l'esercito raggiunto sufficiente efficienza operativa, l'organizzazione «O» fu sciolta e il materiale (come vedremo) raggruppato in caserme dell'esercito.

li generale Olivieri, scrivendo all'allora senatore Cadorna, si vantò di avere versato tutto il materiale ricevuto.

Quando nel 1956 il Sifar cominciò a pensare agli arruolamenti della rete clandestina Gladio, «l'incorporazione» di elementi della Osoppo nella rete «ufficiale» fu vista come uno dei modi per attingere gli elementi di cui aveva bisogno.

Dalle carte risulta infatti che una delle previste cinque unità di pronto impiego avrebbe potuto contare su di una forza «già esistente» di 600 unità, da ampliare in caso di necessità. In un documento del 1957 si dice che «Stella alpina» era stata costituita «quasi interamente» con elementi della disciolta organizzazione «O».

Abbiamo già visto che l'elenco ufficiale dei 622 che ci è stato trasmesso indica in 124 le unità assegnate alla «Stella Alpina» e in 30 alla «Stella Marina», provenienti dalla disciolta «Osoppo». Altri documenti danno altre cifre. L'elenco completo di questa organizzazione era stato depositato a Udine, nella sede dell'ufficio monografie del V Comiliter, sede di copertura della Gladio. Ma l'elenco fu distrutto dal colonnello Cismondi nel 1973.

Se si accetta la versione ufficiale, la forza effettiva e utilizzabile della rete Gladio fu abbastanza ridotta. Ventotto uomini nel 1958, sessanta nel 1959, centodieci nel 1960, centoquarantuno nel 1961, centosessantacinque nel 1962. Negli anni seguenti ci sì stabilizzò attorno alle 250 unità. È vero che questi uomini avrebbero dovuto operare, in caso di invasione, come «catalizzatori» di altri uomini, tutti da arruolare, ma anche così i numeri sembrano assai bassi e la dislocazione del tutto squilibrata.

Ma oltre al problema dei numeri, si pone quello dei criteri con cui fu organizzata e addestrata la rete «coperta» e quella di guerriglia.

La prima, sulla base di quanto si voleva ottenere, avrebbe dovuto operare nella clandestinità più assoluta e più prolungata e avrebbe dovuto essere costituita da «elementi insospettabili», capaci di durare a lungo in un regime di occupazione (e quindi di delazione).

Per questa rete - ha detto il generale Inzerilli - un uomo senza una gamba interessava di più di un giovane vigoroso.

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La seconda rete, invece, avendo come obiettivo lo sviluppo di azioni di guerriglia condotte nel classico modo della lotta partigiana, doveva far affidamento su uomini capaci di operare dietro le linee per colpire e poi ritirarsi in zone poco accessibili e protette.

Qui erano necessarie vigoria fisica, resistenza alla fatica e grandi doti di coraggio.

Le cose non sembra che siano andate cosi.

L'ammiraglio Martini, nella sua audizione davanti alla Commissione del 15 novembre del 1990, ha più volte dichiarato che il personale per la rete clandestina veniva selezionato sulla base di due caratteristiche fondamentali: quella di essere ovviamente di sicura fede democratica e quella, altrettanto essenziale, di avere un cosi «basso profilo» politico, istituzionale e sociale da non esporto né alla cattura da parte delle forze di invasione né alla denuncia dei fiancheggiatori indigeni delle potenze occupanti: quindi né esponenti di partiti o di sindacati, né sindaci o amministratori pubblici né persone di spicco del mondo sociale o imprenditoriale.

Il generale Serravalle, di contro, responsabile della Sezione Sad dal 1971 al 1974 (un periodo di grandi tensioni) ha affermato di essersi trovato di fronte ad una percentuale cosi alta di «teste calde», quando contattò i capi nucleo della rete clandestina, da indurlo a prendere provvedimenti per la loro «neutralizzazione» ed a spingerlo a smantellare la rete dei depositi di armi ed esplosivi per evitare che di questi qualcuno facesse un uso improprio e pericoloso.

Essere una «testa calda» poteva forse andare bene per chi era chiamato a costituire le unità di pronto impiego e di guerriglia dietro le linee. Ma non era certamente una caratteristica positiva e qualificante per chi doveva «mimetizzarsi» nel territorio occupato.

Nelle carte in nostro possesso non vi è distinzione alcuna tra i nuclei della rete clandestina e gli elementi delle unità di pronto im­piego.

In base ai criteri esposti dall'ammiraglio Martini, un uomo come il capitano (poi colonnello) Specogna, che per lunghi anni fu uno degli elementi chiave della rete stay-behind (arruolatore, custode dei Nasco, ispettore etc.), non avrebbe mai dovuto essere scelto come capo di una organizzazione cosi segreta che come caratteristica doveva avere la «insospettabilità» dei suoi componenti. Egli era molto fortemente caratterizzato politicamente e molto esposto pubblicamente. In prima persona Specogna aveva arruolato almeno 130 gladiatori.

In buona sostanza, nella «doppia rete» i ruoli non sembrano essere stati ben ripartiti. In teoria non poteva esservi «intercambiabilità» tra i clandestini e i guerriglieri, poiché tutto poggiava su diverse «filosofie» di impiego. In pratica non si trova traccia di questa diversificazione.

Tutti gli ufficiali che hanno deposto davanti la nostra Commissione hanno asserito con forza che di Gladio ne è sempre esistita una sola e che, indipendentemente dalle varie articolazioni e specializzazioni, l'unità strutturale e di comando è stata in ogni momento assicurata. Ma nessuno ha chiarito il rapporto tra la rete «sommersa» e quella «di superfìcie».

Nei documenti rinvenuti (e per ultimo nel documento del Governo tedesco trasmesso dalla Presidenza della Repubblica, il fine principale

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delle varie reti stay-behind era quello di «trasmettere informazioni» sul nemico. Per questo le reti stay-behind erano soprattutto reti di trasmittenti radio, servite da esperti operatori radiotelegrafisti.

In Italia questa rete faceva capo al centro di Olmedo (Sassari).

Che consistenza ha avuto questo settore? E che sviluppo? È stato smantellato nel 1972, quando si fece cadere la rete dei Nasco, oppure è rimasto attivo?

Il secondo fine della rete stay-behind era quello di predisporre vie «di fuga» per i militari alleati finiti dietro le linee, attraverso un sistema di «case sicure» e di «trasportatori» fidati.

Anche qui valgono le domande di cui sopra.

Perché la rete italiana, a differenza delle altre, fu più pesantemente armata e munita di esplosivi?

Sulla base degli accordi, (in dall'inizio la CIA provvide ad inviare il materiale che doveva servire a costituire le scorte di prima dotazione dei nuclei e delle unità di pronto impiego.

Il materiale fu inviato in vari tempi» Subito, nel 1963, una prima parte, poi nel 1969 una seconda e più rilevante parte. Tra il materiale inviato nel 1963: 198 pacchi esplosivi in contenitori metallici, 180 pacchi trappole in contenitori di composto plastico, 106 pacchi armi (ciascuno con uno sten, 2 pistole, 6 bombe a mano), 364 bombe al fosforo, 24 mortai da 60, 12 cannoni da 57, 120 carabine calibro 30, 24 fucili a cannocchiale.

Il materiale esplosivo e il munizionamento vennero concentrati nel reparto munizioni di Campo Mele (Sassari).

Parte del materiale venne destinato all'Ufficio D del Sifar (e questo pone il problema del controllo che se ne è avuto).

Il grosso del materiale giunse già confezionato in speciali involucri, al fine di assicurare il perfetto stato di conservazione nel tempo, dato che era previsto che fossero poi racchiusi in contenitori da interrarsi in appositi nascondigli (Nasco) nelle zone prescelte.

Il materiale USA proveniva sia direttamente dagli Stati Uniti sia dai depositi dell'esercito americano in Germania. La base di raccolta era a Camp Derby (Livorno). Anche Napoli serviva da base,

L'armamento era suddiviso in «convenzionale» e «non convenzio­nale»: quest'ultimo era costituito da materiale proveniente da paesi del Patto di Varsavia, a! cui uso era previsto che i gladiatori si addestrassero.

Camp Derby non è stata quindi una seconda base della Gladio, ma il centro logistico USA per la Gladio.

Secondo le carte ufficiali la posa dei contenitori nei vari Nasco ebbe inizio nel 1963.

Il grosso dei Nasco fu costituito fra il 63 e il 64, ma si continuò anche negli anni seguenti.

I Nasco non erano ovviamente tutti uguali. A seconda di chi vi doveva attingere (sabotatori o specialisti di evasione e fuga o esperti di propaganda e cosi via) nei vari contenitori che costituivano i Nasco era collocato il materiale che serviva alla specializzazione degli uomini. L'esplosivo (di vario tipo) era prevalentemente contenuto nei Nasco dei nuclei di sabotaggio. Alcuni contenitori destinati alla «propaganda» contenevano risme di carta bianca e macchine riproduttrici.

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Complessivamente furono costituiti 139 Nasco in gran parte nell'Italia del Nord, con una maggiore concenti-azione nelle regioni del Nord-Est, L'ubicazione dei Nasco era indicata su apposite carte geografiche depositate presso la Sezione Sad. Era anche depositato il dettaglio dei materiale di ogni contenitore di ciascun Nasco (ad eccezione del numero di matricola delle armi, che venne registrato in un secondo tempo, all'epoca dello smantellamento della rete Nasco e dello sconfezionamento dei contenitori).

Due Nasco per sabotatori furono costituiti nella prima decade di dicembre del 1969 nella zona di Napoli.

Due Nasco erano stati costituiti nel 1965 anche nella zona di Taranto.

Il materiale destinato alla rete clandestina non era però solo quello interrato nei Nasco in contenitori sigillati. L'armamento e il materiale per le unità di pronto impiego era anche «in superficie».

Parte di questo materiale proveniva dal «contingente CIA», ma la parte più rilevante veniva dalle disponibilità create in seguito allo scioglimento del «Raggruppamento O» (ex «Osoppo»).

Agli atti esiste una lettera del 6 marzo 1956 del colonnello Luigi Olivieri, che era stato il Comandante dell'Organizzazione O fino al suo scioglimento, diretta al senatore Raffaele Cadorna.

Nella lettera, Olivieri dice che era stato ultimato il recupero delle armi e delle munizioni che lo stesso generale Cadorna, quale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, gli aveva affidato nel 1946 «per armare diecimila uomini, organizzati in unità pronte a intervenire qualora la Jugoslavia avesse invaso il territorio nazionale».

Ricorda il colonnello Olivieri che nel 1946, con l'appoggio del generale Cadorna, era sorta l'«Organizzazione O» con gli elementi della disciolta formazione partigiana «Osoppo Friuli».

L'organizzazione - scrive sempre il colonnello Olivieri - era segreta e le «superiori autorità militari non dovevano figurare di fronte agli alleati, che l'appoggiavano»,

Cessati i motivi per cui l'organizzazione era stata costituita, le armi e le munizioni erano state gradatamente ritirate e versate ai competenti organi del servizio di artiglieria.

Il colonnello Olivieri si vanta di aver recuperato quasi interamente le armi avute in consegna: 31 mortai da 81, 23 mona! da 45, 204 mitragliatrici, 351 fucili mitragliatori, 820 moschetti automatici, 3416 fucili, 371 fucili esteri.

I primi versamenti di ritorno era iniziati nel 1951 e il materiale fu accantonato nel deposito dell’VIII Raggruppamento alpini di Udine, quale «scorta speciale di copertura».

Altri versamenti furono fatti negli anni seguenti, fino al 1954.

In caso di emergenza questa «scorta» doveva servire per armare battaglioni di sicurezza in forza al V corpo d'armata.

Nel novembre 1954 parte del materiale accantonato a Udine fu versalo al V Magazzino V.E. di Padova.

Nel 1956 fu sciolta l'Organizzazione «O».

Nel 1957 il Sifar chiese che il materiale rimasto a Udine rimanesse accantonato a sua disposizione. Lo scopo era di avere una disponibilità di 3.000 serie complete di armi, munizionamento e vestiario.

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Questa era la dotazione che avrebbe dovuto servire ad armare ed equipaggiare le Unità di pronto impiego della Gladio, e in particolare, quella denominata «Stella alpina», destinata a operare nel Friuli.

Nello stesso anno 1957 parte di questo materiale venne spostato e trasferito in caserme dei carabinieri e dell'esercito, prevalentemente nella zona di Udine.

Successivamente un terzo del materiale in deposito a Udine venne concentrato in un nuovo «magazzino» creato nella zona di Treviso.

Il 12 settembre 1958 lo Stato Maggiore Esercito ordinò alla Direzione generale di artiglieria di prelevare dal deposito dell'VIII reggimento alpini di Udine 105 pistole Beretta e 100 mitra Beretta per assegnarle al secondo reparto autonomo ministeriale (RAM),

I! 29 aprile 1966 io Stato Maggiore Esercito fece presente che presso il deposito della Brigata alpina Julia la situazione dei materiali assegnati alle «forze per la difesa delle retrovie» (scorte speciali di copertura) era di 1050 pistole, 1372 mitra, 144 fucili Garand, 87 bazooka, 97 mitragliatoli Bren e HO pistole da segnalazione (più il relativo munizionamento).

Il 20 maggio 1967 il responsabile dell'Ufficio R del SID comunicò al direttore del Servizio, ammiraglio Henke, che il comandante della Brigata Carabinieri di Padova, generale Palombi, aveva chiesto al colonnello Specogna chiarimenti circa il materiale di armamento dislocato presso varie stazioni dei Carabinieri del Friuli-Venezia Giulia.

Avvertiva il Capo dell'Ufficio R che i materiali che avevano allarmato il generale Palombi appartenevano all'organizzazione Gladio e che costituivano la dotazione per le formazioni della unità di pronto impiego «Stella Alpina». La dislocazione presso le caserme dei Carabinieri risaliva al 1957 e «già qualche altra volta aveva dato luogo a richieste di chiarimenti da parte dell'Arma, chiarimenti che finora sono stati sempre forniti via breve».

L'Ufficio R propose di far sapere, per via gerarchica, al generale Palombi, che i materiali appartenevano al SID ed erano accantonati per esigenze speciali del Servizio di cui le Superiori Autorità erano a cono­scenza.

In seguito a contatti diretti con il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, generale Ciglieri, venne concordato che i materiali rimanessero in «custodia fiduciaria» presso le stazioni di Carabinieri e che fosse l'ufficio monografie del V Comiliter (di cui era responsabile il colonnello Specogna) a impartire direttamente ai Comandi di Stazione dei Carabinieri interessati le istruzioni relative all'impiego dei materiali, informandone il Comando della Legione di Udine.

Il 31 maggio 1967 l'ammiraglio Henke scrisse in questo senso al Comandante dei Carabinieri, generale Ciglieri, Con ciò venne «regola­rizzata» una situazione esistente sin dal 1957 e senza dubbio conosciuta dai vertici dell'Arma.

Non è infatti pensabile che il Comando Generale dei Carabinieri sia venuto a conoscenza solo nel 1967 che da 10 anni in una cinquantina di sue caserme era depositato del materiale di armamento per conto d'altri.

II 12 gennaio 1968 si procedette ad una ristrutturazione della «rete di superficie» della Gladio. L'armamento depositato a Verona (Forte

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Procolo), in grado di servire 1000 uomini, fu giudicato troppo decentrato per le esigenze operative dell'Unità di pronto impiego «Stella Alpina».

Si decise pertanto di trasferirlo (per mezzo dell'Argo 16) al centro di Alghero. L'unità «Stella Alpina» avrebbe continuato ad avere a disposizione il materiale (per 2000 unità) depositato presso le Stazioni dei Carabinieri della Legione di Udine (47) e caserme dell'Esercito (6).

Nel 1972 ci fu, per ragioni che vedremo, lo smantellamento della rete dei Nasco. Fu deciso che una parte del materiale dissotterrato venisse depositato in caserme di Carabinieri, questa volta anche fuori della zona di Udine.

In questo senso i! direttore del SID, Miceli, scrisse al Comandante generale dell'Arma, Sangiorgio e chiese «in analogia a quanto già accaduto, di poter depositare materiale di armamento, esplosivo e equipaggiamento presso Stazioni dei Carabinieri delle Legioni di Bolzano, Padova, Brescia e Milano».

I Carabinieri si rifiutarono di custodire esplosivo «innescato», così questo fu portato in Sardegna.

Nella nuova dislocazione dell'armamento rimasero coinvolte 21 Stazioni della Legione di Udine, 9 Stazioni di Padova, 4 di Brescia, 7 di Bolzano, 9 di Milano, per un totale di 50.

II   materiale  era  contenuto  in  casse  ognuna  delle  quali  era contraddistinta dalla scritta «Ufficio Monografìe del V Comiliter - Scotta Speciale di Copertura», e da una serie di lettere e numeri di riconoscimento.

Per il ritiro del materiale, fino a quel momento, i Carabinieri avrebbero dovuto confrontare una mezza banconota da 1000 lire con l'altra metà, che era conservata nella cassaforte della Sezione Sad del SID a Roma.

In seguito a notizie di stampa (Tempo Illustralo - 1974) i! Capo di Stato Maggiore dei Carabinieri, Ferrara, pretese che si cambiasse il sistema di prelevamento e se ne adottasse uno più rigoroso e garantista.

Non sarebbe stato più il SID a disporre «liberamente» delle armi ma il servizio avrebbe dovuto rivolgersi al Comando Generale dei Carabinieri, che avrebbe fatto discendere gli ordini per la scala gerarchica.

Non tutto il materiale per le cinque unità di pronto impiego era custodito nelle caserme dei Carabinieri e dell'Esercito. Una parte era interrata nei Nasco.

Da un rendiconto dell'attività della sezione Sad dal 1° gennaio 1964 al 31 dicembre 1965 risulta che era stata in quel periodo effettuata la posa in nascondiglio (Nasco) non solo per i 40 nuclei della rete clandestina, ma anche per la UPI «Stella Alpina», per la UPI «Stella Marina», per la UPI «Rododendro», per la UPI «Ginestra» e per una UPI di cui non si parla nelle carte ufficiali, denominata «Primula», in zona Bolzano-Trento.

Nel periodo solo per la «Stella Alpina» si collocarono 88 Nasco per 296 contenitori, contro 36 Nasco e 136 contenitori per le altre UPI o i Nuclei).

Torna fuori di nuovo la questione dei numeri. Di fronte ai Nasco e ai depositi non c'era un numero di gladiatori dimensionato all'arma-

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mento, Le tre UFI «Ginestra», «Azalea» e «Rododendro» non risultavano essere state mai attivate. Dell'UPI «Piimula» si sono trovate tracce abbastanza incerte. Tutto l'armamento era enormemente sovrabbon­dante rispetto alla forza che avrebbe dovuto utilizzarlo.

Nei 1976, il direttore dei SID, ammiraglio Casardi, comunicò al Comandante dei Carabinieri, generale Mino, che «l'esigenza era cessata e che il SID avrebbe provveduto al ritiro di tutto il materiale dalle Stazioni dei Carabinieri». La stessa comunicazione fu fatta allo Stato Maggiore dell'Esercito per il materiale depositalo nelle caserme.

Il materiale, così, affluì definitivamente in Sardegna.

Rimane il mistero delle radio, della loro rete e dei loro operatori.

Il 24 febbraio 1972 i carabinieri di Aurisina trovarono, nel corso di un servizio di rastrellamento, in una piccola grotta naturale sita in località «stazione ferroviaria-bivio di Aurisina», materiale di armamento e esplosivi.

Il materiale era contenuto in tre scatoloni metallici «ermeticamen­te chiusi» e in due contenitori catramati. L'elenco fornito dai carabinieri fu questo: 15 kg. di esplpsivo plastico suddiviso in 24 pacchi; 5 kg. di cariche esplosive di dinamite; 200 metri di miccia detonante; 80 detonatori; 90 matite esplosive a tempo; 20 accenditori a pressione; 20 accendimicce di strappo; 50 trappole esplosive; una pistola automatica spagnola Star con 50 cartucce; una pistola americana Histendard; cai. 22 con silenziatore e 50 proiettili; numeroso altro materiale esplosivo; 6 granate incendiarie.

Fu avvertita l'autorità giudiziaria e il materiale fu affidato al Nucleo rastrellatori civili di Trieste.

Il quotidiano Il Tempo, nel suo numero del 25 febbraio 1972 (il giorno successivo al ritrovamento) pubblicò la notizia, con l'elenco del materiale rinvenuto.

L'elenco del giornale è leggermente diverso da quello dei carabinieri: ad esempio si dice che i 200 metri di miccia detonante erano «alla pantrite», particolare che non figurava nel verbale dei carabinieri.

Il SID apprese dall'articolo del Tempo del ritrovamento e si rese conto che il materiale rinvenuto dai carabinieri era suo e proveniva dal Nasco n. 203 per «sabotatori» formato da sette contenitori. La sua preoccupazione fu quella di evitare che il materiale rinvenuto potesse essere collegato al servizio,

II 27 aprile il capitano dei carabinieri Zazzaro, della Sezione Sad, fu spedito sul posto, e, dopo il sopralluogo, riferì che «dal contenitore non era stato sottratto alcunché, in quanto il livello del materiale all'atto del rinvenimento corrispondeva a quello originale».

(Sembra che questa strana valutazione sia stata fatta su fotografie scattate dai carabinieri, non attraverso una ispezione diretta dei contenitori. Non si capisce poi che si parli di contenitore al singolare quando quelli rinvenuti erano stati cinque).

Lo stesso capitano riferì anche che «dalla lettura del processo verbale (fatta dai carabinieri) vi era del materiale che non vi doveva essere: esplosivo di natura diversa da quello collocato nel Nasco».

Pochi giorni dopo il rinvenimento, il 3 marzo 1972, gli stessi carabinieri di Aurisina, perlustrando la zona per vedere di individuare

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altre armi ed esplosivo, rinvennero «sepolto in una grotta naturale» un altro scatolone metallico ermeticamente chiuso e un contenitore di plastica.

Secondo l'elenco fornito dai carabinieri il materiale recuperato era costituito da 2 pistole Star, 6 bombe a frattura prestabilita, 2 bombe al fosforo, un binocolo, 100 cartucce per le pistole Star, 2 fondine da spalla, 6 torce a mano, nonché istruzioni per ciascun oggetto.

L'autorità-giudiziaria venne di nuovo informata e anche questo materiale fu consegnato al Nucleo rastrellatori civili di Trieste.

Di questo rinvenimento diede notizia il Messaggero Veneto del 5 marzo.

Il secondo ritrovamento pose al Servizio seri problemi. I carabinieri, avendo trovato nei due contenitori istruzioni e scritte di un certo tipo, si resero conto che il materiale doveva appartenere a qualche «organismo militare» di natura riservata.

Di conseguenza, come ha testimoniato il generale Fortunato, all'epoca responsabile dell'Ufficio R, avvertirono il SID del ritrovamento e chiesero di avere l'elenco «ufficiale» del materiale che era contenuto nei pacchi ritrovati.

11 SID organizzò, per venire a capo della questione, un incontro tra il capo della Sad e il capo centro del controspionaggio di Trieste. L'incontro ebbe luogo l'8 marzo.

Ci si rese conto che era impossibile mantenere le precedenti ipotesi (armi in transito; armi rubale) e che la vicenda rischiava di complicarsi.

Già il 6 marzo il colonnello Mingarelli aveva radunato i comandanti dei carabinieri in sott'ordine e il capo del controspionaggio. Tra le ipotesi del colonnello Mingarelli c'era quella che le armi appartenessero ad una organizzazione militare del SID.

Il comandante della legione, di conseguenza, decise di porre la questione al Comando Generale dell'Arma.

Il 7 marzo «nella tarda mattinata, una comunicazione telefonica del Capo di Stato Maggiore dell'Arma diretta al Comandante della Legione, sbloccava la situazione».

Da quel momento i carabinieri ricevettero l'ordine di sospendere tutti i rastrellamenti in atto, e le indagini sul ritrovamento di Aurisina furono fatte proseguire «ufficialmente», ma in realtà furono bloccate.

Fu anche deciso che, se in altre occasioni si fossero trovate armi, e si fosse accertato, attraverso il controspionaggio, che appartenevano al Servizio, le indagini sarebbero state archiviate.

Più grave l'altra decisione: «Il comandante della stazione carabinieri di Aurisina compilerà un rapporto giudiziario in cui non si farà alcun cenno dell' «ipotesi militare» e si citeranno le istruzioni e i documenti meno significativi».

Così venne compilato un rapporto per l'autorità giudiziaria, che fu un vero e proprio atto di depistaggio e falsificazione delle prove.

Il comando territoriale dei carabinieri di Aurisina, su suggerimento del centro di controspionaggio di Trieste, indicò infatti al magistrato inquirente, tre ipotesi menzognere:

-  che le armi fossero degli indipendentisti croati;

-  che fossero di estremisti italiani o stranieri;

-  che fossero armi di contrabbando.

È

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