CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI

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In più venne nascosto che nei contenitori erano stati trovati «materiali sanitari compromettenti e le relative istruzioni per l'uso», perché questo avrebbe rivelato l'appartenenza del materiale al SID.

Dopo pochi giorni tutto l'esplosivo ritrovato fu fatto brillare perché «instabile», con l'autorizzazione dei magistrato.

Ma quel particolare tipo di esplosivo era tutto fuorché «instabile».

Quel che interessava era distruggere tutti gli elementi che potessero condurre al SID.

Nella sua audizione, il gen. Ferrara ha negato di aver fatto la telefonata di cui ha parlato il gen. Mingarelli.

Il giudice Casson, nel quadro dell'inchiesta su Peteano, ha contestato al gen. Ferrara, al gen. Mingarelli, al gen. Serravalle, ai ten.col. Platarotti il reato di concorso in falsità ideologica in relazione ai rapporti redatti sul ritrovamento del Nasco di Aurisina. Il generale Ferrara, convocato per un confronto con il generale Mingarelli, si è rifiutato di comparire.

Il problema principale rimane quello di accertare se dal Nasco fu asportato del materiale ed esattamente che cosa.

Da vari verbali risulta una differenza di 1,5 kg. di plastico, di una ventina di detonatori, di un innesco a strappo e di altro materiale per sabotaggio.

Anche il numero dei contenitori rinvenuti è tuttora impreciso.

I carabinieri di Aurisina dicono che i contenitori trovati nelle due occasioni furono sette (quattro metallici e tre in sacchi catramati) e tutti ermeticamente chiusi, quindi intatti.

Nelle carte si trova invece che i contenitori rinvenuti furono tre la prima volta e uno la seconda e che uno dei contenitori era stato aperto e manomesso.

II materiale inoltre fu ritrovato in località distanti dalla sede del Nasco almeno mezzo chilometro, in due date a loro volta diverse, il 24 febbraio e il 3 marzo 1972.

È stato detto che questo fu l'unico Nasco perduto, ma nel documento predisposto il 1° marzo 1972 dal colonnello Fortunato per il generale Miceli e inviato dal Sismi al giudice Casson e in un primo momento censurato, è scritto che quando fu prospettato al capitano Zazzaro, recatosi sul posto, di recuperare il materiale, questi decise di soprassedere «come è stato fatto nell'unica analoga circostanza verificatasi nel passato».

Qual è questa circostanza? E in che anno avvenne? E perché, questa perdita non suscitò l'allarme che suscitò invece Aurisina?

La vicenda del Nasco di Aurisina ha una grande importanza e deve essere attentamente valutata.

Dal ritrovamento deriva infatti direttamente la decisione di smantellare l'intera rete dei Nasco e di portare il tutto nella base in Sardegna.

La versione ufficiale è che il ritrovamento «fuori posto» dei contenitori del Nasco di Aurisina convinse il responsabile della Sad, tenente colonnello Serravalle, della necessità e dell'urgenza di «chiudere» la rete Nasco.

Serravalle ottenne l'immediato consenso del generale Miceli, direttore del SID, e dall'aprile 1972 diede avvio alla operazione di recupero del materiale.

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Quando nel giugno 1973 l'operazione fu completata, 127 Nasco erano stati recuperati.

Nel documento del Presidente Andreotti si precisa che dei dodici Nasco mancanti due (con armi leggere) quasi certamente furono asportati da ignoti, probabilmente all'epoca del loro interramento, che viene «datato» 31 ottobre 1964; otto (con armi leggere e materiale vario), furono lasciati nei luoghi di interramento in quanto raggiungibili solo con demolizioni ritenute non opportune; due (uno con armi leggere e uno con esplosivi) non più rinvenibili in quanto dislocati in prossimità di cimiteri che avevano subito nel tempo vari e consistenti ampliamenti.

I due Nasco perduti erano stati interrati a Villa Santina (Udine) nell'ottobre 1964.

1 dieci Nasco ritenuti non recuperabili erano ubicati:

6 in Friuli

2

2

1

1

a Reana del Roiale (Udine)

a San Vito al Tagliamento (Udine)

a Mariano del Friuli (Gorizia)

a S.Pietro al Natisone (Udine)

2 in Piemonte

1  a PineroloAbbadia Alpina (Torino);

1  a Lamporo-Crescentino (Vercelli)

1 in Lombardia

  ..a Brusuglio di Cormano (Milano)

1 in Veneto

  ..a Arbizzano di Negrar (Verona)

Da quando il giudice Mastelloni, nel novembre 1990, ha disposto il recupero dei dieci Nasco non recuperabili, in pochi giorni ne sono stati recuperati otto:

6 in Friuli

2

2

1

1

a Reana del Roiale (Udine) - il 22-11-90

a San Vito al Tagliamento (Udine) - il 20-11-90

a Mariano del Friuli (Gorizia) - il 26-11-90

a S.Pietro al Natisone (Udine) - il 23-11-90

2 in Piemonte

1  a PineroloAbbadia Alpina (Torino) - il 23-11-90

1  a Lamporo-Crescentino (Vercelli) - (a quanto pare solo parzialmente)

Per i residui due Nasco, uno, collocato nel cimitero di Brusuglio di Cormano (Milano) sembra definitivamente perduto. li Nasco fu casualmente scoperto 26 anni fa, ma il collegamento con il Servizio non fu stabilito e tutto fu lasciato cadere. Per l'altro, interrato ad Arbizzano (Verona), dopo lavori di puntellamento per potervi accedere, è stato possibile effettuare il recupero.

Con quello di Aurisina i Nasco non recuperati nel 1972-73 furono tredici.

Il generale Serravalle ha dichiarato che T80 per cento del materiale recuperato fu «conglobato» a Roma e da qui portato nel Centro di Alghero. Tutto l'esplosivo andò in Sardegna, in parte ad Alghero, in parte presso il deposito di Campomele (Nuoro). Il restante 20 per cento fu preparato per una lunga conservazione e consegnato in custodia alle Stazioni dei Carabinieri che già detenevano altro armamento della Gladio.

Per tutti questi spostamenti dal Nord-Italia a Roma, da Roma ad Alghero, e poi di nuovo da Roma ai Nord-Italia ci si servi dell'aereo Argo-16. Quando l'Argo-16 cadde a Marghera il 23 novembre 1973, subentrò un altro aereo dello stesso tipo, l'Argo-16 Bis.

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Come conseguenza di queste determinazioni la rete stay behind si trovò disarmata totalmente, salvo che per ie armi che erano in custodia presso le stazioni dei carabinieri,

II generale Fortunato ha detto che «a livello di compensazione operativa» furono previsti aviolanci per rifornire la rete in caso di bisogno e che presso le Stazioni dei Carabinieri della frontiera «furono dislocate le armi ritenute necessarie per la rete Nato».

Della decisione di smantellare la rete Nasco, il SID decise di non avvertire gli alleati.

Quando è stato interrogato, il generale Serravalle ha addotto anche un'altra ragione per lo smantellamento, una ragione «sottostante».

Il generale Serravalle ha raccontato che, appena gli fu affidato il comando della V Sezione egli volle conoscere di persona i vari capi e sottocapi della rete clandestina. Così, tra il novembre e il dicembre 1971 ne avvicinò una quindicina.

Una metà circa mostrò di condividere l’impostazione data alla struttura, quella cioè di una attivazione solo in caso di invasione. L'altra metà fece invece un ragionamento diverso. Dato che ad invaderci sarebbero stati gli eserciti del Patto di Varsavia e che, sul posto, questi sarebbero stati aiutati dai comunisti italiani (come aveva dichiarato lo stesso Togliatti), non era meglio agire «preventivamente» contro questi ultimi?

Questo sondaggio allarmò Serravalle che incaricò il suo vice, il capitano dei carabinieri Crescenzio Zazzaro, di ampliare l'inchiesta ai maggior numero possibile di gladiatori.

Il risultato fu pressoché identico: la metà degli adepti la pensava come quelli che avevano espresso parere di «attacco preventivo».

Il generale Serravalle decise di non avvertire di questa situazione altamente pericolosa i suoi superiori. Diede ordine, invece, di «estromettere» di fatto dalla Gladio coloro che «pensavano male». Costoro non avrebbero più fatto parte dei programmi operativi e di addestramento della Gladio. Effettivamente negli anni 70-73 un centinaio di uomini venne passato in «riserva».

In più il generale Serravalle prese la decisione di inviare accanto a Specogna (che pare non rispettasse le più elementari regole di riservatezza) un ufficiale della Sad, il maggiore (ora generale) Giuseppe Cismondi, perché lo vigilasse da vicino.

Ecco perché, quando il 24 febbraio 1972 ci fu «l'incidente» del ritrovamento del Nasco di Aurisina, Serravalle lo prese a pretesto per proporre lo smantellamento della rete dei Nasco e il recupero di tutte le armi e di tutto il materiale. Secondo Serravalle, quello di Aurisina fu un «incidente provvidenziale».

Lo smantellamento della rete dei Nasco portò certamente ad una profonda riconsiderazione delle modalità di impiego degli uomini, specie di quelli «clandestini». Era venuto meno l'appoggio logistico «in loco». Anche le radio-trasmittenti erano state ritirate.

Il generale Serravalle ha detto che tutti gli uomini furono avvertiti dei fatto che i Nasco erano stati chiusi. Non ha spiegato però come la rete clandestina vera e propria come avrebbe potuto funzionare, anche solo ridotta a rete informativa e a rete per le esfiltrazioni, privata di ogni mezzo di comunicazione e di appoggio.

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L'onorevole Andreotti ha sostenuto che dai modo in cui egli fu informato rimase convinto che nel 1972-73 fosse finito tutto, non solo lo smantellamento della logistica ma anche l'impiego attivo degli uomini.

Si è detto infine che gli alleati non furono avvertiti. Il generale Serravalle ha messo a verbale che egli negò il fatto al rappresentante della CIÀ in Italia, quando questi gliene chiese ragione. L'Italia però ha continuato a frequentare le riunioni dei vari comitati di coordinamento fino a tutto il 1990. In materia di «guerra non ortodossa» lo SHAPE continuò a emanare nuove direttive, man mano che mutava il quadro strategico. È credibile che noi, per diciotto anni, non abbiamo avvertito che la rete «logistica» dello stay-behind non esisteva più?

L'interrogativo di fondo è questo: la rete dei Nasco fu smantellata solo perché ci si era accorti della «pericolosità» potenziale della struttura messa in piedi e quindi del rischio che qualcuno potesse utilizzare i depositi per un uso improprio? Oppure fu decisa perché un incidente di questo tipo era realmente accaduto?

Se anche fosse vera la prima supposizione, il fatto sarebbe di una gravità eccezionale. La «non fiducia» dei comandi nei confronti di una struttura cosi altamente «fiduciaria» è una contraddizione in termini. Significa che non si riuscì a controllarla in tutto e per tutto.

La seconda supposizione ci porta su di un terreno ben più drammatico: la strage di Peteano avvenne tre mesi dopo, il 31 maggio 1972.

Il 31 maggio 1972, in seguito ad una segnalazione telefonica, una pattuglia dei carabinieri fu indirizzata dove si trovava una Fiat 500 abbandonata, con un foro di proiettile sul parabrezza.

Durante la perquisizione, la macchina esplose e morirono tre carabinieri, il brigadiere Antonio Ferraro e i militari Donato Poveromo e Franco Dongiovanni. Il tenente che comandava la pattuglia rimase gravemente mutilato.

Le indagini furono prima indirizzate su ambienti della sinistra, poi in un secondo tempo furono accusati sei «balordi» di Gorizia, che vennero arrestati e tenuti in carcere per oltre un anno e mezzo.

Nel 1982 il giudice Casson assunse l'inchiesta e nel 1986 rinviò a giudizio Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra come esecutori materiali e per favoreggiamento il generale dei carabinieri Dino Mingarelli, il colonnello Chirico e il maresciallo Napoli.

Vinciguerra e Cicuttini furono condannati all'ergastolo. Vinciguerra, confesso, rinunciò al ricorso. I militari furono invece assolti per insufficienza di prove. Recentemente la Cassazione ha annullato questa sentenza e disposto per i tre militari un nuovo processo.

Il giudice Casson avviò poi una inchiesta-bis in merito alla deviazione delle indagini e nel 1989 ha rinviato a giudizio nove persone, dirigenti dei servizi e ufficiali dei carabinieri.

Una terza inchiesta è stata avviata, nel 1989, dal giudice Casson nei confronti del Direttore del Sismi, Ammiraglio Martini, e di altri.

Durante l'indagine il giudice Casson si è imbattuto in una nuova ipotesi di reato e ha avviato una inchiesta-ter, rinviando a giudizio per traffico d'armi quindici persone, tra cui alcuni esponenti del vertice della Banca nazionale del lavoro.

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La possibile connessione con la rete Gladio deriva, in tutte queste inchieste dal dubbio che l'esplosivo usato per la strage di Peteano sia stato tratto dai depositi clandestini della Gladio, in particolare da quello di Aurisina.

Anche in questo caso la collaborazione fornita dal Servizio non è stata molto alta. Come è stato dichiarato esplicitamente, la maggiore preoccupazione dei responsabili del SID fu quella di impedire qualsiasi accostamento di Peteano con Aurisina.

All'indomani della strage, il generale Serravalle si precipitò a Udine accompagnato dal tenente Enzo Cavataio, appartenente alla Sezione Sad ed esperto di esplosivi.

Furono esaminati i rapporti degli artificieri. Il tenente Cavataio fece rilevare che erano molto imprecisi, e sostenne, al ritorno, che l'esplosivo usato poteva essere stato il C4, cioè quello contenuto nei Nasco di Aurisina, oppure un mix di C4 con altro esplosivo.

Il generale Inzerilli, nella sua audizione, ha negato addirittura che il tenente Cavataio si sia recato sul posto assieme a Serravalle.

Occorre certamente attendere le conclusioni cui perverrà il giudice Casson. La sua inchiesta dura da anni e i suoi elementi di informazione, allo stato attuale, sono certamente maggiori dei nostri.

È però certo che il magistrato si è imbattuto in grosse difficoltà e che non ha potuto disporre della collaborazione che avrebbe dovuto ricevere.

Dalla negata acquisizione di documenti essenziali alla predisposizione di perizie non corrette, il muro di resistenza è stato sempre molto alto.

Il cammino che resta da fare, e che dobbiamo percorrere insieme, potrebbe divenire più facile se si potesse ottenere la disponibilità delle documentazioni fino ad ora negate,

Il 23 novembre 1973 cadde a Marghera l'aereo Argo 16, e morirono i quattro membri dell'equipaggio.

L'Argo-16 era un vecchio Dakota utilizzato dai Servizi per le loro operazioni. Serviva soprattutto a portare in Sardegna, alla base della Gladio, gli uomini che si addestravano e a trasportare il materiale per i vari Nasco. Fu «donato» dagli americani al colonnello Santini e da questi passato alla rete Gladio.

Quando nel 1972 fu presa la decisione di smantellare la rete dei Nasco, l'onere del trasporto, prima a Roma e poi in Sardegna, toccò all'Argo 16.

I voli furono numerosi. L'Ufficio R, quando aveva bisogno dell'aereo, lo chiedeva al generale Podda, responsabile del «movimento» aereo per conto del Sismi. L'Argo 16 dipendeva formalmente dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica. La nostra richiesta di visionare il registro di volo dell'aereo è stata di recente parzialmente accolta e sono in corso approfonditi accertamenti.

L'Argo-16 fu anche adoperato per altre incombenze, e non solo per gli spostamenti dei gladiatori.

Il 5 settembre 1973, su segnalazione del Servizio segreto israeliano, furono catturati ad Ostia cinque terroristi arabi che si accingevano a lanciare un missile contro un aereo di «El Al» in partenza dal vicino aeroporto di Fiumicino.

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Il 17 novembre 1973 si celebrò a Roma il processo a loro carico. Vennero condannati a cinque anni di carcere e subito rilasciati su cauzione. Due di questi furono poi portati in Libia, via Malta, da Argo 16, sotto scorta del capitano La Bruna.

Pochi giorni dopo l'aereo cadde a Marghera, mentre si accingeva a riprendere i suoi voli per la rete Gladio.

Nel maggio 1986 il generale Viviani, che aveva fatto parte del Reparto D del Sismi, in una intervista accusò gli israeliani di aver abbattuto, sabotandolo, l'Argo 16 per vendicarsi del rilascio dei terroristi di Fiumicino.

Il giudice Mastelloni, incaricato dell'inchiesta, il 20 gennaio 1989 ha inviato otto mandati di comparizione all'intero vertice del SID (Henke, Miceli, Maletti, Viviani, Genovesi, Viezzer, Castaido e Capotorto) e ha indiziato per concorso in strage il generale Zevi Zamir, capo del Mossad e Aba Ebsan rappresentante del Servizio israeliano in Italia nel 1973.

Di recente il generale Serravalle ha tentato di fare credere che il sabotaggio dell'aereo sia stato fatto per eliminarlo come responsabile della sezione Sad e capo della Gladio.

Anche il giudice Mastelloni ha incontrato notevoli difficoltà nel condurre l'inchiesta. Documenti essenziali gli sono stati negati. Il 28 dicembre 1988 il Presidente del Consiglio ha opposto il segreto di Stato sulla documentazione richiesta al Sismi, in quanto andava tutelata la difesa militare e la sicurezza territoriale dello Stato «anche in relazione agli accordi internazionali». Solo di recente sono caduti molti dei divieti precedentemente posti. Ma non tutti.

Negli anni 1974-1976 la programmazione della rete fu rivista, sulla base di un memorandum intitolato «direttive di base nella guerra non ortodossa nei territori occupati dal nemico».

Vennero «cancellate» le cinque unità di pronto impiego e venne rivista la consistenza e la dislocazione dei Nuclei.

Furono previste al loro posto:

- unità di guerriglia (UDG) da impiantarsi in tutto il territorio nazionale (e non più limitate alla sola fascia alpina nord-orientale), con un organico di 105 unità ciascuna

- reti di azione clandestina (RAC) con un organico di 25 unità ciascuna;

- nuclei (NU), da impiantarsi nelle zone dove presumibilmente sarebbe stata necessaria attività di informazione o di esfiltrazione, con un organico di 5 unità ciascuna,

La Direttiva assegnava anche le priorità: quella più alta era per i Nuclei, quella subito inferiore era per le reti di azione clandestina (RAC) che avrebbero dovuto procedere ad attività di sabotaggio, e la terza per le Unità di guerriglia.

La forza complessiva programmata nel 1974 era dunque di 2.874 unità. Ma la forza effettiva rimase notevolmente al di sotto. Non fu mai superata una media di 250 effettivi disponibili per essere impiegati. Un punto tuttora non chiarito è quello della assegnazione di ciascun uomo alle varie «specializzazioni».

Il Sismi, quando ne è stato richiesto, ha fatto presente che «agli atti non esiste documentazione che consenta di risalire con certezza al

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ruolo che ciascun elemento avrebbe dovuto svolgere nell'ambito delle unità di assegnazione.

Ma tutto questo contrasta in modo totale con lo schema organizzativo adottato, con l'addestramento fatto per «specializzazione», con la diversa composizione dei Nasco.

Di conseguenza la dichiarazione dei Sismi non può essere accettata.

Il Sismi non ha nemmeno voluto indicare come era formata la «catena di comando» della Gladio, i nominativi dei vari capi nucleo, capi zona e capi settore, ma anche di coloro che nel Sismi sono stati addetti, a vario titolo, alla Gladio. E si tratta di alcune centinaia di persone.

Abbiamo visto che nel 1951 erano previsti per la rete un «coordinatore» e sei «direttori» scelti tra alti ufficiali delle Forze Armate e queste erano autorizzati ad assumere i capi nucleo e 200 gregari.

Poi nel 1956 si passò ad una direzione centrale rappresentata dalla sezione Sad e ad una direzione sul campo, formata dal colonnello Specogna per la zona del Nord-Est e dal colonnello Rossi per il Centro d'Italia. Sappiamo che ad un certo punto, nel 1973, il colonnello Specogna, divenuto «inaffidabile», fu affiancato dal colonnello, poi generale Cismondi.

Con la riforma del 1974-76 cambiò ancora la struttura di comando. Le varie UDG, RAC e NU ebbero una diversa base di supporto da parte del Sismi.

Con la riforma dei Servizi (1978-80) si ebbe una ulteriore modifica della struttura. L'onorevole Andreotti, nel suo documento, ha detto che «in ambito Sismi» furono formati quadri particolarmente qualificati in grado di istruire personale esterno per tutte le operazioni necessaria in caso di invasione.

Ma anche all'interno dei 622 vi sono molte cose tuttora da chiarire.

C'è innanzitutto quella del rapporto tra coloro che venivano collocati «in riserva», cioè divenuti non utilizzabili per una delle molte cause di esclusione (rifiuto di partecipare ai corsi, paura di volare, mancanza di riservatezza, ecc. ecc.) e quelli che sono stati definiti i «negativi», cioè elementi segnalati dai reclutatori e non ritenuti poi idonei dai dirigenti centrali della rete.

II numero dei «negativi» è stato indicato in oltre 1.800 e solo di recente l'elenco è stato acquisito.

C'è poi da chiarire come sia stato possibile che ben 127 unità su 622 siano state arruolate prima che su di loro fossero assunte le necessarie o approfondite informazioni, e come mai quattro unità che hanno dichiarato di non accettare l'arruolamento siano state incluse nell'elenco dei 622.

Per 24 nominativi dei 622 la segnalazione e in alcuni casi la nomina ad «effettivo» furono fatte nonostante che si trattasse di persone che, secondo quanto comunicato dal Sismi, avevano appartenuto alla Repubblica Sociale Italiana o che facevano parte del Movimento Sociale Italiano. Dodici di costoro furono addirittura segnalati dal capo della Gladio nella zona del nord-est, col. Specogna.

Infine c'è il problema dei «segnalatori», quelli cioè che hanno indicato i 622 gladiatori, Specogna ne segnala 150 su 622. C'è invece chi

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segnata un solo nominativo. Complessivamente gli arruolatori sono stati 137, ma di questi solo 93 sono compresi nell'elenco dei 622. E gli altri chi sono?

L'elenco che ci è stato fornito ha chiavi di lettura incomplete o insufficienti. La «forza disponibile» sembra del lutto inadeguata per utilizzare l'armamento e il materiale previsto per la rete, sia interrato nei Nasco sia custodito nelle caserme dell'esercito e dei carabinieri. Con soli 250 uomini utilizzabili, la rete non aveva una grande consistenza.

È abbastanza difficile credere che il finanziamento e l'armamento destinati alla Gladio siano serviti solo per rendere operativa una «forza clandestina» di appena 200 uomini o poco più. I «grandi numeri» sono sempre rimasti, almeno fino a prova contraria, sulla carta, come «forza programmata».

Nell'ultimo anno, il 1990, quando si è cercato di indirizzare la rete nella lotta alla droga, in «servizio» vi erano appena 223 unità.

Anche ammettendo che attorno a questi «pochi» sarebbero affluiti i «tanti» che in caso di invasione o di pericolo per le istituzioni sarebbero corsi ad aggregarsi, rimane la sproporzione tra il fine e i mezzi predi­sposti,

Nel 1977 il Parlamento varò la riforma dei servizi di sicurezza. Ne creò due, il Sisde e il Sismi, il primo per la sicurezza democratica, il secondo per quella militare. I due servizi furono posti alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio, che si avvaleva, per il loro coordinamento e per la trasmissione delle direttive, dei CESIS, una sorta di segretariato operativo. Il Ministro della difesa e quello dell'interno (non i Ministeri) ne avevano la titolarità formale.

In più fu creato il Comitato parlamentare per la vigilanza e il controllo dei servizi.

La Gazzetta Ufficiale pubblicò la legge il 7 novembre 1977. Il 31 gennaio 1978 vennero nominati direttore del Sisde il generale dei Carabinieri Giulio Grassini e direttore del Sismi il generale Giuseppe Santovito, che era stato uno dei primi responsabili della rete Gladio.

A capo del CESIS fu posto il prefetto Gaetano Napolitano e segretario fu nominato Vincenzo Milazzo, già capo gabinetto del Presidente del Consiglio Andreotti. Quasi subito il posto di Napolitano fu assunto dal prefetto Walter Pelosi.

A presiedere il Comitato parlamentare fu chiamato l'onorevole Ermino Pennacchini.

Nel suo documento l'onorevole Andreotti ha affermato che in seguito a queste radicali modifiche dell'assetto ordinamentale dei servizi vennero riviste le modalità di realizzazione della «guerra non ortodossa», nel quadro delle strategie generali concordate con i Paesi alleati.

Una prima riforma della «pianificazione» della Gladio era avvenuta negli anni dal 1974 al 1976.

Il nuovo assetto prevedeva:

- unità di guerriglia (UDG) dislocate su diverse zone del territorio nazionale e non più nella sola fascia alpina nord-orientale;

- reti di azione clandestina (RAC);

- nuclei (NU) da crearsi  in zone particolarmente sensibili per l'attività di esfiltrazione.

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Con la riforma dei 1980 si andò più avanti:

«La condotta delle operazioni, sia sotto l'aspetto operativo che sotto quello logistico fu affidata interamente a personale Sismi. Per le operazioni clandestine fu previsto inizialmente un impegno di un migliaio di elementi, dei quali qualche centinaio già reclutati, e addestrati per le attività di informazione, propaganda, evasione ed esfiltrazione. L'addestramento e la partecipazione ad azioni di sabotaggio, controsabotaggio e guerriglia venne riservato ad appartenenti al servizio particolarmente selezionati.

Nello stesso documento l'onorevole Andreotti ha precisato che «in ambito Sismi» erano stati formati «quadri particolarmente qualificati» in grado di istruire personale esterno per tutte le operazioni necessarie in caso di invasione. Questi quadri, in presenza di un conflitto, avrebbero potuto reclutare «un numero indefinito» di gregari

L'attività principale in tempo di pace avrebbe dovuto riguardare essenzialmente:

- la ricerca e l'eventuale reclutamento di persone idonee ad assolvere funzioni di comando e di elementi in possesso di nozioni specialistiche;

- l'addestramento del personale reclutato;

- le esercitazioni svolte in comune con i servizi alleati;

- le predisposizioni per l'acquisizione e la conservazione a lunga durata dei materiali e per il loro trasporto;

- l'aggiornamento operativo;

- il controllo del personale già reclutato ai fini di sicurezza;

- lo scambio di esperienze con i servizi collegati.

Il reclutamento del personale «civile» doveva avvenire attraverso quattro distinte fasi: individuazione, selezione, aggancio e controllo. Non si ponevano preclusioni di sorta circa il sesso e l'età se non l'applicazione rigorosa delle disposizioni dettate in materia dalla legge 24 ottobre 1977, n. 801 che prescrive:

- il divieto di reclutare soggetti che ricoprono particolari cariche quali quelle di membri del Parlamento, di consiglieri regionali, provinciali o comunali, di magistrati, di ministri di culto e di giornalisti;

- il possesso di qualità atte a garantire il sicuro affidamento di fedeltà ai valori delta Costituzione repubblicana antifascista.

Questi requisiti - ha scritto l'onorevole Andreotti - andavano di continuo verificati, e la loro perdita comportava - e in alcuni casi ha effettivamente comportato - l'esclusione dall'organizzazione.

In sostanza, a partire dagli anni '80, la struttura prevista negli anni '50-'60 per fronteggiare una invasione nemica sul confine orientale venne rimodellata su base più ampia, non solo territoriale ma anche programmatica. Venne data più importanza ai compiti di informazione e di esfiltrazione che a quelli di guerriglia. I criteri di arruolamento divennero più rigorosi.

Anche nel «coordinamento » con le altre forze armate si andò più avanti.

Si pose allo studio la possibilità di costituire, in ambito nazionale, un organismo con il compito di pianificare e coordinare l'impiego delle

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risorse del servizio con quelle delle singole forze armate destinate alla guerra «non convenzionale, detta anche «non ortodossa».

Si volevano evitare sovrapposizioni di competenze e dispendio di
risorse,                                      •

Nel 1985 il Sismi propose e il ministro della difesa Spadolini approvò la costituzione di un Comitato di coordinamento operazioni di guerra non ortodossa (GNO), che avrebbe dovuto dirigere le attività nel territorio nazionale eventualmente occupato. Di recente il Presidente della Repubblica ha dichiarato che il ministro Spadolini affidando il coordinamento a) Capo del Sismi agì in difformità da quanto proposto dal Capo di Stato Maggiore difesa.

Il 19 gennaio 1990 il giudice Casson, titolare dell'inchiesta sulla strage di Peteano, chiese al Presidente del Consiglio, Andreotti di poter accedere agli archivi del Sismi per la documentazione riguardante gli anni 1972-1973-1974.

Nel luglio il Presidente Andreotti concesse l'autorizzazione.

Venne fatto cadere anche il divieto precedentemente opposto dal giudice Mastelloni che procedeva per la caduta dell'aereo Argo-16.

Il 2 agosto, alla Camera dei deputati, il Presidente Andreotti, nel corso di un dibattito sulla strage di Bologna accettò un ordine del giorno che impegnava il Governo a riferire entro sessanta giorni alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo «tutte le informazioni relative all'esistenza, alle caratteristiche e alle finalità dell'organismo occulto operante all'interno del servizio segreto militare».

Nello stesso giorno, il direttore del Sismi emanava una circolare per modificare, se così si può dire, la «ragione sociale» della Gladio. Da ora in avanti la rete avrebbe dovuto curare soprattutto i casi di «eversione», fornire «informazioni»» curare la predisposizione per le «esfiltrazioni», e partecipare alla «lotta contro la mafia e la droga», Questa iniziativa non fu sottoposta preventivamente agli organi del Governo e il Presidente del Consiglio la censurò. Il 19 ottobre il Presidente del Consiglio inviò alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo un documento intitolato: «II cosiddetto SID parallelo-Operazione Gladio» in cui, nel ricostruire la storia della struttura Gladio, rivelava che essa era tuttora in piedi.

Il 27 novembre il Governo ha disposto la soppressione dell'operazione Gladio e lo scioglimento di tutta l'organizzazione ad esso connessa.

Conseguentemente si è provveduto in data 14 dicembre 1970 a trasmettere al Comitato clandestino di pianificazione (CPC) e al Comitato clandestino alleato (ACC) le comunicazioni di disimpegno dell'Italia.

Il 26 febbraio 1991 il Presidente del Consiglio ha trasmesso una seconda relazione sulla Gladio, allegando anche l'elenco nominativo degli aderenti all'organizzazione e il parere dell'Avvocato Generale dello Stato sulla sua legittimità.

Non si può pensare che l'avvio della rete clandestina stay behind non sia stato conosciuto dai vertici del Governo, in primo luogo del Presidente del Consiglio.

Per intanto la Presidenza del Consiglio era il solo organo istituzionale che aveva il potere di autorizzarla e di avviarla, e che

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