CRONOLOGIA “CASO GLADIO”: fatti e misfatti!

    23/05/91                                Commissione Stragi - Prerelazione Gualtieri
 

 SENATO DELLA REPUBBLICA

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CAMERA DEI DEPUTATI

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X LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI

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poteva assumersi la responsabilità di non investire il Parlamento della ratifica degli eventuali accordi internazionali sottostanti.

Questo vale non solo per la rete stay-behind ma anche per gli atti che furono assunti in precedenza. Se nel 1946 il generale Cadorna autorizzò il riarmo della Divisione partigiana Osoppo per farne una sorta di «corpo franco» nella zona del Nord-Est, e se nel 1951 la Divisione «Osoppo» fu trasformata in una «organizzazione» segreta chiamata «O» e posta sotto il controllo dello Stato Maggiore Difesa (da cui dipendeva allora il Sifar), l'autorizzazione per fare questo non poteva che essere presa dal Presidente del Consiglio.

Nel periodo «di interesse» Presidente del Consiglio fu l'onorevole De Gasperi.

Spettava anche al Presidente del Consiglio decidere chi doveva essere informato nel Governo e nell'amministrazione, e chi no.

La questione se accordi della natura di quelli realizzati per la rete clandestina stay-behind dovessero essere portati a ratifica del Parlamento è tuttora aperta. Solo il Parlamento può dirimerla.

L'onorevole Taviani, che fu alla Difesa dal 1953 al 1958, ha detto che per vedere di non portare alla ratifica del Parlamento gli accordi relativi alla rete stay-behind fu consultato il Ministro degli esteri Martino, che si pronunciò in questo senso.

Comunque l’impianto della rete clandestina (sia per quella parte che fu programmata nel 1951 sia per quella che fu avviata nel 1956) deve avere avuto come referenti «istituzionali» tutti i Presidenti del Consiglio e i ministri della difesa succedutisi dal 1951 al 1957.

E dal momento che gli accordi riguardavano il Sifar, questi furono certamente conosciuti anche dai Capi di Stato Maggiore della Difesa, da cui dipendeva il Servizio.

Impiantata la rete, la responsabilità di continuarla, di estenderla e di controllarla è riconducibile a quanti si sono succeduti alla Presidenza del Consiglio e al Ministero della difesa per tutto il periodo in cui la rete è stata tenuta in piedi.

La questione che è stata sollevata, di vedere quali Presidenti del Consiglio furono informati dai Capi dei Servizi e quali non lo furono, è impropria. Non ci può essere in queste cose una catena informativa che parta dal basso per raggiungere chi sta in alto. Il rapporto «controllore-controllato» verrebbe sconvolto.

L'informazione della esistenza di una rete clandestina segreta non può derivare al Presidente del Consiglio che si insedia se non dal Presidente del Consiglio che lascia. E se questi ne è impedito, come in caso di morte improvvisa, vi deve essere un meccanismo informativo automatico derivabile dalla cassaforte della Presidenza e non dalla buona volontà degli organi dei Servizi.

Tra l'elezione del Presidente degli Stati Uniti e il suo insediamento passano quei due mesi, proprio per dar modo al neo-eletto di prendere conoscenza di tutti i trattati segreti e di tutti gli impegni assunti dalle precedenti Amministrazioni.

La responsabilità dei ministri della difesa va ricondotta nell'ambito del rapporto che deve esistere con il Presidente del Consiglio.

L'onorevole Lagorio, interrogato se come Ministro della difesa avesse informato il Presidente del Consiglio dell'esistenza della rete e

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della sua attività, ha potuto rispondere che avrebbe dovuto essere il Presidente Consiglio a informare lui e non viceversa.

Certo, vi deve essere anche una informazione che il Presidente del Consiglio (e il Ministro della Difesa) debbono ricevere dal Servizio. Ma questa deve riguardare l'attività delle rete clandestina, i suoi problemi organizzativi e finanziari, le sue risultanze operative, non la loro esistenza.

In sostanza, occorre che vi sia una doppia catena informativa, «discendente», dal responsabile del Governo al Ministro delegato; «ascendente» dal responsabile del Servizio al Ministro delegato o direttamente al Presidente del Consiglio. Comunque non debbono mai essere i Servizi a decidere che cosa dire a chi.

Non sembra che la catena di comando che ha operato in Italia abbia funzionato in questo modo.

Un solo esempio: la decisione presa nel 1972 di smantellare la rete Nasco e di non avvertire gli alleati, e in particolare la CIA con cui avevamo stretto l'accordo iniziale e che ci aveva rifornito di armi e denaro, difficilmente può essere stata assunta senza il consenso delle autorità politiche.

Se invece queste fossero state «saltate»» ciò indicherebbe una assai scarsa governabilità del sistema, e una gravissima responsabilità degli apparati.

Il problema, in altri termini, è di vedere che tipo di controllo è stato esercitato sulla struttura.

I servizi segreti sono la parte del nostro apparato di sicurezza che meno può essere abbandonata a se stessa. La «lealtà» dei servizi non può mai essere presupposta, ma ottenuta.

Molte cose si sarebbero evitate nel nostro Paese qualora si fossero tenute sotto controllo le «difficili strutture» degli apparati di sicurezza.

Della necessità, di cui nessuno dissente, di tenere riservate e segrete certe attività, c'è chi ha approfittato per nascondere anche ai controllori informazioni e attività che in alcun modo avrebbero dovuto essere celate.

Comunque, dalle carte in nostro possesso risulta che alcuni personaggi furono «informati» e altri no, che alcuni lo furono di più e altri di meno.

Il 26 maggio 1980 una nota del Sismi da notizia dell'«indottrinamento» del Ministro della difesa, onorevole Lagorio.

A Lagorio il Servizio raccontò che nel 1956 era stata impiantata in Italia una rete clandestina incaricata di predisporre fin dal tempo di pace operazioni militari clandestine.

Non fu detto niente degli impegni assunti fin dal 1951.

Una certa enfasi fu messa nel riferire dell'inserimento dell'Italia nei vari Comitati interalleati (CPC e ACC) e delle Direttive per la guerra non ortodossa emanate dal Comando supremo alleato (Saceur) nel 1968, 1972, 1976.

Venne ricordato che la base segreta d'addestramento di Capo Marrargiu era stata visitata dagli onorevoli Taviani (nel 1958), Andreotti (nel 1961), nuovamente Taviani (nel 1965), Cossiga (nel 1967) e Gui (nel 1969).

Lo stesso schema di indottrinamento era stato adoperato per l'onorevole Forlani quando questi dal 23 novembre 1974 al 30 luglio 1976 era stato Ministro della difesa.

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In precedenza, per i Ministri Lattanzio (dal 30 luglio 1976 al 19 settembre 1977) e Ruffini (dal 19 settembre 1977 al 13 gennaio 1980) fu adoperato uno schema più completo. In esso c'erano maggiori particolari sulle persone a conoscenza della rete e degli impegni assunti con gli americani.

Furono indicati come già informati Taviani, Mancinelli, De Lorenzo, Andreotti, Rossi, Viggiani, Gui, Cossiga, Vedovato, Henke, Tanassi, Miceli, Forlani, Viglione, Casardi. Fu detto che la base di Capo Marrargiu doveva servire anche per «dare ospitalità» agli Stati Uniti per «missioni».

Nei briefing effettuati venne indicata una consistenza della rete del tutto difforme da quella reale. L'organico previsto sarebbe stato di 2135 uomini, i già reclutati ed addestrati dal 1957 al 1976  350. Gli esclusi solo 22, lo 0,7 per cento.

In un altro documento del 1978 che servì per «l'indottrinamento» del ministro Raffini effettuato il 16 febbraio 1977, si apprende che dai 1957 al 1978 sarebbero stati reclutati, su di un organico di 432, 279 quadri, tutti addestrati. Questi quadri in caso di guerra avrebbero dovuto arruolare 1780 gregari.

Il 29 febbraio 1979 il Servizio si pose il problema di indottrinare il Presidente del Consiglio, onorevole Andreotti, il Ministro della difesa, Ruffini, e i Capi di Stato Maggiore delle tre Forze armate e il Capo di Stato Maggiore della difesa.

Dal momento che l'onorevole Andreotti era stato già indottrinato come Ministro della difesa e che anche Ruffini lo era stato nel 1977, il colonnello Inzerilli venne incaricato di «indottrinare» solo i quattro alti ufficiali.

A partire dal 1984 il nuovo Direttore del Sismi, ammiraglio Martini, prese la decisione di informare «sistematicamente» i Presidente del Consiglio, i Ministri della difesa e i Capi di Stato Maggiore.

Lo fece sottoponendo a loro il seguente documento:

«Nell'ambito del Servizio esiste un'Organizzazione alla quale è devoluto il compito di predisporre con modalità assolutamente riservate e fin dal tempo di pace, quanto necessario per la condotta di operazioni di guerra non ortodossa sul territorio nazionale eventualmente occupato da forze nemiche, a diretto supporto delle operazioni militari condotte dalla forze NATO,

L'organizzazione:

- agisce in stretta collaborazione con analoghe strutture create dai Servizi nei paesi NATO;

- svolge la sua attività sulla base di una pianificazione per l'emergenza ispirata alle direttive del SACEUR per la guerra non ortodossa;

- è responsabile della organizzazione e della condotta, in territorio occupato, di tutte le operazioni clandestine e del coordinamento delle attività di guerra non ortodossa svolte dalle Forze Speciali nazionali ed alleate.

Nell'ambito di tale organizzazione vengono condotte, ai fini addestrativi, esercitazioni nazionali e NATO con l'apporto delle unità speciali delle tre Forze Armate, con le quali esiste collegamento

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operativo tramite i Maggiori Comandi NATO (SHAPE, AFSOUTH e FTASE).

È prassi ricorrente che dell'organizzazione citata e delle sue attività vengano informati, nella forma opportuna e con il vincolo della segretezza, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro della Difesa e i Capi di Stato Maggiore».

Come si vede l'informazione venne ridotta all'osso.

L'onorevole Craxi venne avvertito da Martini cinque mesi dopo la sua nomina e firmò per conoscenza il documento l'8 agosto 1984.

Il senatore Spadolini, che come Presidente del Consiglio nel 1981-81 risulta non essere stato mai informato dell'esistenza della struttura, come Ministro della difesa firmò quel documento otto mesi dopo la nomina di Martini e quindici mesi dopo il suo ingresso nel dicastero della difesa.

Firmarono anche i Capi di Stato Maggiore della Difesa, dell'Esercito e della Marina, mentre l'Aeronautica venne tenuta fuori.

Il senatore Fanfani, Presidente del Consiglio 17 aprile 1987 al 28 aprile 1987 non fu indottrinato, e nemmeno il suo Ministro della difesa.

Il caso del senatore Fanfani è particolarmente significativo, perché non fu indottrinato nemmeno negli anni '50 e '60, quando ricoprì per molte volte la stessa carica di Presidente del Consiglio.

L'onorevole Goria, presidente dal 28 luglio 1987 all'11 marzo 1988 firmò il 4 novembre 1987, il suo Ministro della difesa, Zanone, firmò il 21 dicembre 1987.

L'onorevole De Mita, divenuto presidente del Consiglio il 13 aprile 1988, firmò il 6 maggio 1988. Non firmò il suo ministro della difesa Zanone, perché già indottrinato. E dei vari capi militari firmò solo il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito.

L'onorevole Andreotti, divenuto Presidente del Consiglio il 22 luglio 1989 firmò il 3 agosto 1989. Firmarono anche Martinazzoli (4 agosto 1989) e Rognoni (19 ottobre 1990).

Va rilevato come il documento sottoposto dall'ammiraglio Martini alla firma dei Presidenti del Consiglio e dei Ministri della difesa informasse della esistenza di una organizzazione «per la conduzione di operazioni di guerra non ortodossa».

Ma le strutture della guerra non ortodossa (come abbiamo visto erano strettamente militari. Gladio era tutt'altra cosa.

Il Presidente del Consiglio, nella sua ultima relazione, ha scritto: «L'organizzazione Gladio non fu mai attivata». Questo è incontestabile, dal momento che il nostro paese non ha subito quella invasione dall'esterno che ne avrebbe giustificato l'impiego, né registrato sommovimenti interni a sostegno di forze di occupazione.

Meno incontestabile è l'altra affermazione del Presidente Andreotti che Gladio non avrebbe mai «interferito con la vita democratica del Paese».

Per poterla accettare e condividere, occorre chiarire completamente i fatti e le circostanze riconducibili a Gladio che hanno originato le varie inchieste giudiziarie e quella che il Parlamento ci ha affidato.

Lo stesso Avvocato Generale dello Stato, nel suo parere sulla legittimità di Gladio, afferma che se fossero stati utilizzati «alcuni

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strumenti predisposti per la realizzazione dell'operazione Gladio in atti diversi dall'invasione nemica e anche del sovvertimento interno», questi sarebbero stati atti «criminali» da perseguire duramente.

L'Avvocato Generale dello Stato fa riferimento in particolare al «piano Solo».

Se fosse provato - questo è il ragionamento - che quel piano prevedeva la cattura di personaggi di partiti politici che all'epoca si trovavano all'opposizione, e ciò allo scopo di impedire l'avvento al potere di quei partiti, e se fosse provato che nell'elenco vi erano personaggi non di opposizione ma non omogenei alle idee e agli scopi dei golpisti, e se fosse provato che quei piano prevedeva che i dirigenti catturati fossero concentrati e ristretti nella sede del Centro di Capo Marrargiu in Sardegna, questo avrebbe costituito un gravissimo reato, risultando violati non solo gli articoli 52 e 97 della Costituzione, ma anche l'articolo 283 del codice penale.

Reparti dell'Arma dei carabinieri avrebbero dovuto provvedere alla cattura dei personaggi politici e strutture dipendenti dalle forze armate (il Sifar, e di conseguenza Gladio, erano sotto il comando del Capo di Stato Maggiore della Difesa) avrebbero dovuto essere utilizzati non per combattere un invasore esterno o per rimediare ad un sovvertimento interno, ma per provocare questo sovvertimento.

L'Avvocato Generale avverte che questi fatti non possono determi­nare la «illegittimità» delle organizzazioni coinvolte (Arma dei carabi­nieri, Sifar-Gladio), ma la responsabilità personale di chi ideò tali disegni.

Lo stesso vale per la strage di Peteano. È vero che non fu la struttura Gladio a essersi attivata per compiere la strage dei carabinieri, ma il Servizio si è attivato, ai suoi massimi livelli, per depistare le indagini, per ingannare i magistrati inquirenti e per impedire l'accertamento della verità.

In seguito a questi interventi persone innocenti sono state a lungo trattenute in carcere e, ancora oggi, la conoscenza di quanto avvenne e del perché avvenne continua ad essere impedita.

Per questo la nostra inchiesta continuerà fino a quando non potrà essere consegnato al Paese un giudizio definitivo, convincente e non contestabile.

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